Alba Pompeia
Su/Per Pietro Chiodi

                 
   
           
    Rivista semestrale di studi storici, artistici e naturalistici per Alba e territori connessi

Nuova serie - Anno XXIX - II Semestre 2008

           
             
 



Il presente numero di «Alba Pompeia» è un quaderno monografico dedicato alla figura e all’opera di Pietro Chiodi (1915-1970), filosofo e docente bresciano che ad Alba visse e insegnò per quasi vent’anni (dal 1939 al 1957), mantenendo sempre con la città, con le persone albesi amiche e con i luoghi delle Langhe e del Roero, dove aveva combattuto come partigiano, un rapporto profondo e essenziale.
Il quaderno, che esce a quarant’anni dalla sua scomparsa, si offre alla lettura come un documento composito: raccoglie infatti precisi contributi di studio così come materiali extravaganti, dispersi nelle pieghe del tempo e di fonti più locali, con l’intento di dar loro una collocazione e una fruibilità per ulteriori passi e ricerche.
Come ricapitola nel suo intervento Giuseppe Farinetti, Alba ha ricordato Chiodi in occasioni e situazioni diverse dopo la sua morte, anche sulle pagine di questa rivista; ma ben prima della sua scomparsa la sua personalità era nota e la sua autorevolezza riconosciuta: a lui per esempio la città diede incarico di aprire, con una conferenza pubblica, le celebrazioni del decennale della Liberazione (si veda più avanti la cronaca efficace e partecipe di Vittorio Riolfo, grande cronista culturale dell’epoca).
Per un inquadramento biografico e intellettuale di Pietro Chiodi, rinviamo al «ritratto critico» scritto da Giuseppe Cambiano, che è proposto in apertura. Viene ripubblicato su «Alba Pompeia» per gentile concessione dell’autore e della rivista «Belfagor», sua sede originaria nel 1992. Si riproduce – con qualche lieve aggiornamento ed ampliamento – anche la nota bibliografica che venne allora approntata.
Dopo questa introduzione, il quaderno si presenta strutturato in quattro sezioni.
La prima dà testimonianza di una giornata commemorativa, organizzata ad Alba il 30 novembre 2007 e intitolata Pietro Chiodi, filosofia e libertà.
A suggerire l’opportunità della giornata era stata l’uscita della raccolta di scritti filosofici di Chiodi Esistenzialismo e filosofia contemporanea (Pisa, Edizioni della Normale, 2007), a cura di Giuseppe Cambiano. Un primo momento pomeridiano venne quindi riservato ad un seminario (Pietro Chiodi filosofo) organizzato e condotto da Giuseppe Farinetti, docente di storia e filosofia nello stesso Liceo classico «Govone» di Alba dove Chiodi insegnò. Al seminario portarono il loro contributo, oltre allo stesso Cambiano, gli studiosi Stefano Poggi, Cesare Pianciola e Carlo Augusto Viano.
Questo primo momento fu seguito da una serata pubblica (Pietro Chiodi: scrittore, docente, partigiano), più votata a riunire testimonianze umane e ricordi personali: tra questi l’intervento di Ezio Zubbini, allievo di Chiodi e poi anch’egli suo successore sulla cattedra di filosofia e storia al Liceo classico.
Alla giornata chiodiana avrebbe dovuto prender parte anche il filosofo Franco Volpi, ma all’ultimo momento fu impossibilitato a raggiungere Alba. Volpi è scomparso improvvisamente il 14 aprile 2009: in suo ricordo – e per richiamare in qualche forma l’argomento che era previsto illustrasse al seminario («Chiodi traduttore di Heidegger») – pubblichiamo due suoi brevi articoli di pubblicistica, usciti sul quotidiano «La Repubblica», di cui era uno dei collaboratori culturali più prestigiosi.
La seconda sezione del quaderno recupera e ordina alcuni articoli e interventi firmati da Pietro Chiodi in ambito giornalistico locale. Sono documenti che oggi possono apparire “minori” quanto a circostanza e sede; tuttavia, sono significativi per la sua biografia, da un lato per valutare il rapporto attivo di Chiodi con la vita albese, dall’altro per il suo essere coerente e incisivo in ogni contesto.
Dei due pezzi scritti per l’edizione piemontese de «L’Unità» ha dato per primo notizia, proprio su questa rivista, Giuseppe Gouthier, allievo di Chiodi e profondo conoscitore della sua vita e della sua produzione filosofica.
Se il primo, Ad Alba l’aria odora di tartufi e di mosto, è più un pezzo di colore (per quanto si concluda con un accenno alla Resistenza e alla ricostruzione), l’articolo Lo “scandalo” dell’esistenzialismo si inserisce in un momento di vivo dibattito storico-filosofico, e si colloca ai margini di un importante convegno tenutosi a Roma tra il 15 e il 20 novembre 1946, sui cui contenuti ed esiti interverranno su «L’Unità» (nazionale) anche Antonio Banfi, Oscar Navarro e Salvatore Francesco Romano. Nella sua programmatica chiarezza di esposizione, il contributo di Chiodi ci sembra avvicinare – a noi, lettori e orecchianti di oggi – quella decantata capacità di comunicazione e chiarificazione che chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo ricorda senza incertezza.
I documenti che riguardano invece la tematica resistenziale e in particolare episodi di Alba, provengono da un settimanale, il «Corriere Albese», espressione della giovane “sinistra sociale democristiana” dell’immediato dopoguerra. La testata uscì tra il 1947 e il 1953: il nome di Chiodi vi compare non come collaboratore, ma come interlocutore, in precise circostanze che toccarono nel vivo la memoria e i sentimenti della comunità cittadina.
Il testo Orgoglio partigiano, che gode di una giusta celebrità ma forse non di una altrettanto giusta reperibilità, uscì invece su «La Voce», periodico della sinistra (socialista e comunista) cuneese. L’occasione fu data dalla consacrazione, il 28 settembre 1952, di una cappella nella località Canta (nei pressi di Treiso, vicino ad Alba), «a ricordo dei Partigiani caduti nella Guerra di Liberazione». Nella stessa pagina, a fianco dell’articolo di Chiodi, comparvero scritti di Cino Moscatelli, di Paolo Farinetti (l’edificazione della cappella fu voluta dalla XXI Brigata «Matteotti» del Comandante Paolo) e il racconto dell’allievo e amico Beppe Fenoglio Novembre sulla collina di Treiso, rielaborazione del primo capitolo di quegli Appunti partigiani 1944-45 che Fenoglio teneva da parte come “serbatoio” autobiografico di spunti narrativi e che saranno resi noti e pubblicati, dopo svariate peripezie, soltanto quarant’anni dopo.
Sempre dagli archivi de «La Voce», a dar prova di una collaborazione non occasionale con un giornale di sinistra e laico, emergono altri due contributi notevoli, e finora dimenticati: una lettera del 1953 firmata congiuntamente dai partigiani Chiodi e Fenoglio, e un ricordo di Leonardo Cocito a dieci anni dalla morte. È, quest’ultimo, un testo prezioso, in cui ci pare di cogliere un sentimento di partecipazione particolarmente intenso: il dolore per la scomparsa dell’amico, carismatico docente di lettere e comandante partigiano, traspare in misura maggiore rispetto alle pagine, volutamente più asciutte, di Banditi, il «documentario storico» che Chiodi pubblicò nel 1946.
La terza sezione presenta una raccolta di interventi e testimonianze provenienti dal passato albese. Si è già accennato alla cronaca della conferenza chiodiana per il decennale della Liberazione, scritta da Vittorio Riolfo sul settimanale diocesano «Gazzetta d’Alba»; si ristampa qui inoltre nella sua integralità il discorso, ironico e commosso, che Giovanni Arpino pronunciò ad Alba nel 1970, a poche settimane dalla morte dell’amico Chiodi, e che Giuseppe Farinetti cita nella sua introduzione al seminario. Un preciso resoconto della commemorazione del 1970 fu realizzato da Eugenio Guercio ancora per «Gazzetta d’Alba»: anch’esso si ripubblica in questa sede, col rammarico di non aver (ancora?) trovato traccia di una stesura dell’intervento di Natale Bussi, filosofo e teologo del Seminario albese che con Chiodi sviluppò un’amicizia e un dialogo arricchente per entrambi. Dalle pagine di «Dentrocittà», un periodico albese indipendente che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta animò da sinistra il dibattito cittadino, si riprende infine un discorso tenuto da Felice Campanello nel 1991.
Di Banditi e del rapporto con Beppe Fenoglio si torna a parlare in una quarta e conclusiva sezione, che si apre con una bella recensione “a caldo” di Davide Lajolo, pubblicata sulla prima pagina de «L’Unità» il 10 ottobre 1946. Lajolo, che del quotidiano comunista era caporedattore nella redazione piemontese, seppe immediatamente vedere nel diario partigiano di Chiodi un valore e un’evidenza stilistica fondamentale: «Il libro è pieno di fatti. Direi che è un libro senza parole e tutto fatti». Il frequentatore dell’epistolario fenogliano non potrà fare a meno di notare come l’espressione «tutto fatti» ricorra, sempre in funzione elogiativa, nella lettera che Italo Calvino, redattore della casa editrice Einaudi e nel 1946 già collaboratore a Torino de «L’Unità», scriverà ad un ancora sconosciuto Beppe Fenoglio nel novembre 1950, a proposito del romanzo La paga del sabato.
Dell’incontro con Chiodi – e con Banditi – Lajolo parla nel suo diario, proprio il 10 ottobre 1946: «Pietro Chiodi, un partigiano rimasto con la testa e il cuore nel clima della Resistenza, mi ha portato Banditi. È un diario partigiano così sincero, così scabro, che a leggerlo ti ritrovi con gli scarponi, la neve, le fucilate sulla testa. Dentro è descritto il martirio del professor Cocito medaglia d’oro, un comunista, uno dei più eroici partigiani. Chiodi è venuto da me accompagnato da Anna, la moglie di Cocito. Anna non dice una parola, ma guarda così intenso che il suo silenzio diventa eloquente. Bionda, alta, bella: è stata anch’essa partigiana. Se il fascismo è stato sconfitto è perché c’erano anche donne della sua tempra» .
Di lì a poco, Chiodi manderà a «L’Unità» i due articoli ritrovati da Gouthier, di cui s’è detto. Nel diario di Lajolo si riparla di Chiodi una seconda volta, il 23 dicembre 1946: «Da Alba arriva la notizia che è stato preparato un attentato contro Pietro Chiodi. Gli telefono subito, lo trovo. Sento la sua voce lenta, calma. “Mi hanno mandato un pacco con due tubi di gelatina e un innesco a strappo. Non sono riusciti a fulminarmi fronte a fronte da partigiano e neppure a distruggermi nel lager. Ci proveranno ancora. Io se ti devo dire sono pronto. Tanto, mi pare che affondiamo di nuovo in quel fango nero. Ho dato torto all’amico Beppe Fenoglio per il pessimismo in cui è sfociato il suo monarchismo, ma ora guardandomi attorno anziché paura dei vili che vogliono farmi fuori, ho vergogna di quelli che hanno dimenticato cosa hanno fatto. A proposito: quando vuoi venire? Fenoglio ti aspetta e io non ti farò perdere tempo raccontandoti perché non sono morto da eroe”» . È una nota di cui ancora non abbiamo trovato riscontro, ma certamente l’episodio dell’attentato si ricollega al clima difficile dell’immediato dopoguerra e di cui i testi usciti sul «Corriere Albese» che abbiamo qui ripresentato sapranno dar conto al lettore.
Tra le colonne del «Corriere Albese» spunta poi una noticina, una piccola segnalazione dal tono abbastanza sostenuto, che subito a ridosso dell’uscita di Banditi ne caldeggia la lettura. È siglata “B.”, e nonostante non ci sia possibile sciogliere il dubbio, ci piace pensare (sulla scorta di analoghe piccole segnalazioni che compariranno negli anni successivi su altra testata locale, a sottolineare i brillanti risultati di studio e di carriera accademica di Chiodi) che l’autore possa essere Natale Bussi.
Dalla seconda edizione di Banditi (1961), riproponiamo poi la premessa di Arturo Felici, partigiano cuneese di “Giustizia e Libertà”, tipografo ed editore sotto lo stesso nome di battaglia di “Panfilo”, amico di Duccio Galimberti e Dante Livio Bianco. Di Panfilo si avrà modo di leggere, nelle pagine che seguono, una seconda testimonianza scritta, citata nella nota alla lettera di Chiodi/Fenoglio del 6 dicembre 1953.
Frequentatore dell’ambiente albese negli anni Cinquanta e Sessanta, e naturalmente di quello torinese dell’Università, Claudio Gorlier ha volentieri ripreso e postillato per noi un suo articolo del 1975 consegnato alle pagine letterarie del «Corriere della Sera». Erano usciti, a breve distanza di tempo, Il sistema periodico di Primo Levi e la terza riedizione di Banditi, la prima per un editore (Einaudi) che non fosse stretto nei confini di una diffusione regionale: Gorlier vedeva – e vede – nei due libri un legame che risulta interessante esplorare a tutt’oggi.
Altrettanto interessante rimane una coppia di testi tra loro collegati. Il primo, datato 1971, è un saggio dell’italianista Bruce Merry, nome noto agli studiosi di Beppe Fenoglio per essere stato membro dell’équipe di Maria Corti nell’approntamento dell’edizione critica delle opere dello scrittore albese. Merry fu uno dei relatori al primo convegno nazionale di studi fenogliani, svoltosi ad Alba nel 1973: nel suo studio della letteratura italiana della resistenza, tiene in alta considerazione Banditi, in un momento in cui era ancora un testo di difficile reperibilità (come si è detto, bisognerà aspettare il 1975 e l’uscita nei «Nuovi Coralli» di Einaudi), ma assai apprezzato da chi lo conosceva. Tra i rilievi di Merry, tutti meritevoli di attenzione, c’è l’accostamento alla narrativa «de-emotionalised» di Anatolij Kuznetsov, uno scrittore sovietico dissidente che nel 1969 riuscì a fuggire in Gran Bretagna, dove ricevette asilo politico e pubblicò la versione integrale, non censurata, del suo romanzo di guerra Babi Yar, che racconta i massacri (ad opera delle SS naziste e di collaborazionisti ucraini) di Babi Yar, nei pressi di Kiev, tra il 1941 e il 1943. Il libro uscì in traduzione italiana da Paravia nel 1970, con il sottotitolo (ripreso dall’originale «A Document in the Form of a Novel») di «romanzo documentario».
Attento nel seguire la fortuna critica di Fenoglio, e desideroso di metterlo, nella sua stessa città natale, in una luce che fosse equilibrata, al di là delle celebrazioni di rito, Giovanni Castella è il primo a dare notizia del saggio di Merry. In un articolo del 1972 per la terza pagina del quindicinale liberale «La Bilancia», il giovane cronista culturale tiene a spiegare ai suoi lettori quanto l’analisi di Merry fosse importante per liberare Banditi dalla categoria della memorialistica, troppo vaga e riduttiva per un’opera che, pur restando un «documentario storico», rappresenta anche un notevole fatto stilistico e letterario. Oggi Banditi, ripubblicato da Einaudi in edizione tascabile (2002), può contare su una precisa e definitiva introduzione di Gian Luigi Beccaria.
Due testi conclusivi ci aprono un ulteriore, caloroso spiraglio sul rapporto di amicizia che ha legato Pietro Chiodi e Beppe Fenoglio. Della lettera, sottoscritta dai due in qualità di partigiani combattenti e inviata alla «Voce» di Cuneo, si è già accennato; inedita è invece la traduzione, da parte di Fenoglio, di due poesie scritte in inglese da Cesare Pavese e uscite nella raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951). Si rinvia alle note che accompagnano i testi per una loro più ampia contestualizzazione.

          premessa di
EDOARDO BORRA


 
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