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Il presente numero di «Alba Pompeia» è un quaderno
monografico dedicato alla figura e all’opera di Pietro Chiodi (1915-1970),
filosofo e docente bresciano che ad Alba visse e insegnò per quasi
vent’anni (dal 1939 al 1957), mantenendo sempre con la città,
con le persone albesi amiche e con i luoghi delle Langhe e del Roero,
dove aveva combattuto come partigiano, un rapporto profondo e essenziale.
Il quaderno, che esce a quarant’anni dalla sua scomparsa, si offre
alla lettura come un documento composito: raccoglie infatti precisi contributi
di studio così come materiali extravaganti, dispersi nelle pieghe
del tempo e di fonti più locali, con l’intento di dar loro
una collocazione e una fruibilità per ulteriori passi e ricerche.
Come ricapitola nel suo intervento Giuseppe Farinetti, Alba ha ricordato
Chiodi in occasioni e situazioni diverse dopo la sua morte, anche sulle
pagine di questa rivista; ma ben prima della sua scomparsa la sua personalità
era nota e la sua autorevolezza riconosciuta: a lui per esempio la città
diede incarico di aprire, con una conferenza pubblica, le celebrazioni
del decennale della Liberazione (si veda più avanti la cronaca
efficace e partecipe di Vittorio Riolfo, grande cronista culturale dell’epoca).
Per un inquadramento biografico e intellettuale di Pietro Chiodi, rinviamo
al «ritratto critico» scritto da Giuseppe Cambiano, che è
proposto in apertura. Viene ripubblicato su «Alba Pompeia»
per gentile concessione dell’autore e della rivista «Belfagor»,
sua sede originaria nel 1992. Si riproduce – con qualche lieve aggiornamento
ed ampliamento – anche la nota bibliografica che venne allora approntata.
Dopo questa introduzione, il quaderno si presenta strutturato in quattro
sezioni.
La prima dà testimonianza di una giornata commemorativa, organizzata
ad Alba il 30 novembre 2007 e intitolata Pietro
Chiodi, filosofia e libertà.
A suggerire l’opportunità della giornata era stata l’uscita
della raccolta di scritti filosofici di Chiodi Esistenzialismo
e filosofia contemporanea (Pisa, Edizioni della Normale, 2007),
a cura di Giuseppe Cambiano. Un primo momento pomeridiano venne quindi
riservato ad un seminario (Pietro Chiodi
filosofo) organizzato e condotto da Giuseppe Farinetti, docente
di storia e filosofia nello stesso Liceo classico «Govone»
di Alba dove Chiodi insegnò. Al seminario portarono il loro contributo,
oltre allo stesso Cambiano, gli studiosi Stefano Poggi, Cesare Pianciola
e Carlo Augusto Viano.
Questo primo momento fu seguito da una serata pubblica (Pietro
Chiodi: scrittore, docente, partigiano), più votata a riunire
testimonianze umane e ricordi personali: tra questi l’intervento
di Ezio Zubbini, allievo di Chiodi e poi anch’egli suo successore
sulla cattedra di filosofia e storia al Liceo classico.
Alla giornata chiodiana avrebbe dovuto prender parte anche il filosofo
Franco Volpi, ma all’ultimo momento fu impossibilitato a raggiungere
Alba. Volpi è scomparso improvvisamente il 14 aprile 2009: in suo
ricordo – e per richiamare in qualche forma l’argomento che
era previsto illustrasse al seminario («Chiodi traduttore di Heidegger»)
– pubblichiamo due suoi brevi articoli di pubblicistica, usciti
sul quotidiano «La Repubblica», di cui era uno dei collaboratori
culturali più prestigiosi.
La seconda sezione del quaderno recupera e ordina alcuni articoli e interventi
firmati da Pietro Chiodi in ambito giornalistico locale. Sono documenti
che oggi possono apparire “minori” quanto a circostanza e
sede; tuttavia, sono significativi per la sua biografia, da un lato per
valutare il rapporto attivo di Chiodi con la vita albese, dall’altro
per il suo essere coerente e incisivo in ogni contesto.
Dei due pezzi scritti per l’edizione piemontese de «L’Unità»
ha dato per primo notizia, proprio su questa rivista, Giuseppe Gouthier,
allievo di Chiodi e profondo conoscitore della sua vita e della sua produzione
filosofica.
Se il primo, Ad Alba l’aria odora
di tartufi e di mosto, è più un pezzo di colore (per
quanto si concluda con un accenno alla Resistenza e alla ricostruzione),
l’articolo Lo “scandalo”
dell’esistenzialismo si inserisce in un momento di vivo dibattito
storico-filosofico, e si colloca ai margini di un importante convegno
tenutosi a Roma tra il 15 e il 20 novembre 1946, sui cui contenuti ed
esiti interverranno su «L’Unità» (nazionale)
anche Antonio Banfi, Oscar Navarro e Salvatore Francesco Romano. Nella
sua programmatica chiarezza di esposizione, il contributo di Chiodi ci
sembra avvicinare – a noi, lettori e orecchianti di oggi –
quella decantata capacità di comunicazione e chiarificazione che
chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo ricorda senza incertezza.
I documenti che riguardano invece la tematica resistenziale e in particolare
episodi di Alba, provengono da un settimanale, il «Corriere Albese»,
espressione della giovane “sinistra sociale democristiana”
dell’immediato dopoguerra. La testata uscì tra il 1947 e
il 1953: il nome di Chiodi vi compare non come collaboratore, ma come
interlocutore, in precise circostanze che toccarono nel vivo la memoria
e i sentimenti della comunità cittadina.
Il testo Orgoglio partigiano, che
gode di una giusta celebrità ma forse non di una altrettanto giusta
reperibilità, uscì invece su «La Voce», periodico
della sinistra (socialista e comunista) cuneese. L’occasione fu
data dalla consacrazione, il 28 settembre 1952, di una cappella nella
località Canta (nei pressi di Treiso, vicino ad Alba), «a
ricordo dei Partigiani caduti nella Guerra di Liberazione». Nella
stessa pagina, a fianco dell’articolo di Chiodi, comparvero scritti
di Cino Moscatelli, di Paolo Farinetti (l’edificazione della cappella
fu voluta dalla XXI Brigata «Matteotti» del Comandante Paolo)
e il racconto dell’allievo e amico Beppe Fenoglio Novembre
sulla collina di Treiso, rielaborazione del primo capitolo di quegli
Appunti partigiani 1944-45 che
Fenoglio teneva da parte come “serbatoio” autobiografico di
spunti narrativi e che saranno resi noti e pubblicati, dopo svariate peripezie,
soltanto quarant’anni dopo.
Sempre dagli archivi de «La Voce», a dar prova di una collaborazione
non occasionale con un giornale di sinistra e laico, emergono altri due
contributi notevoli, e finora dimenticati: una lettera del 1953 firmata
congiuntamente dai partigiani Chiodi e Fenoglio, e un ricordo di Leonardo
Cocito a dieci anni dalla morte. È, quest’ultimo, un testo
prezioso, in cui ci pare di cogliere un sentimento di partecipazione particolarmente
intenso: il dolore per la scomparsa dell’amico, carismatico docente
di lettere e comandante partigiano, traspare in misura maggiore rispetto
alle pagine, volutamente più asciutte, di Banditi, il «documentario
storico» che Chiodi pubblicò nel 1946.
La terza sezione presenta una raccolta di interventi e testimonianze provenienti
dal passato albese. Si è già accennato alla cronaca della
conferenza chiodiana per il decennale della Liberazione, scritta da Vittorio
Riolfo sul settimanale diocesano «Gazzetta d’Alba»;
si ristampa qui inoltre nella sua integralità il discorso, ironico
e commosso, che Giovanni Arpino pronunciò ad Alba nel 1970, a poche
settimane dalla morte dell’amico Chiodi, e che Giuseppe Farinetti
cita nella sua introduzione al seminario. Un preciso resoconto della commemorazione
del 1970 fu realizzato da Eugenio Guercio ancora per «Gazzetta d’Alba»:
anch’esso si ripubblica in questa sede, col rammarico di non aver
(ancora?) trovato traccia di una stesura dell’intervento di Natale
Bussi, filosofo e teologo del Seminario albese che con Chiodi sviluppò
un’amicizia e un dialogo arricchente per entrambi. Dalle pagine
di «Dentrocittà», un periodico albese indipendente
che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta animò da sinistra
il dibattito cittadino, si riprende infine un discorso tenuto da Felice
Campanello nel 1991.
Di Banditi e del rapporto con Beppe
Fenoglio si torna a parlare in una quarta e conclusiva sezione, che si
apre con una bella recensione “a caldo” di Davide Lajolo,
pubblicata sulla prima pagina de «L’Unità» il
10 ottobre 1946. Lajolo, che del quotidiano comunista era caporedattore
nella redazione piemontese, seppe immediatamente vedere nel diario partigiano
di Chiodi un valore e un’evidenza stilistica fondamentale: «Il
libro è pieno di fatti. Direi che è un libro senza parole
e tutto fatti». Il frequentatore dell’epistolario fenogliano
non potrà fare a meno di notare come l’espressione «tutto
fatti» ricorra, sempre in funzione elogiativa, nella lettera che
Italo Calvino, redattore della casa editrice Einaudi e nel 1946 già
collaboratore a Torino de «L’Unità», scriverà
ad un ancora sconosciuto Beppe Fenoglio nel novembre 1950, a proposito
del romanzo La paga del sabato.
Dell’incontro con Chiodi – e con Banditi
– Lajolo parla nel suo diario, proprio il 10 ottobre 1946: «Pietro
Chiodi, un partigiano rimasto con la testa e il cuore nel clima della
Resistenza, mi ha portato Banditi.
È un diario partigiano così sincero, così scabro,
che a leggerlo ti ritrovi con gli scarponi, la neve, le fucilate sulla
testa. Dentro è descritto il martirio del professor Cocito medaglia
d’oro, un comunista, uno dei più eroici partigiani. Chiodi
è venuto da me accompagnato da Anna, la moglie di Cocito. Anna
non dice una parola, ma guarda così intenso che il suo silenzio
diventa eloquente. Bionda, alta, bella: è stata anch’essa
partigiana. Se il fascismo è stato sconfitto è perché
c’erano anche donne della sua tempra» .
Di lì a poco, Chiodi manderà a «L’Unità»
i due articoli ritrovati da Gouthier, di cui s’è detto. Nel
diario di Lajolo si riparla di Chiodi una seconda volta, il 23 dicembre
1946: «Da Alba arriva la notizia che è stato preparato un
attentato contro Pietro Chiodi. Gli telefono subito, lo trovo. Sento la
sua voce lenta, calma. “Mi hanno mandato un pacco con due tubi di
gelatina e un innesco a strappo. Non sono riusciti a fulminarmi fronte
a fronte da partigiano e neppure a distruggermi nel lager. Ci proveranno
ancora. Io se ti devo dire sono pronto. Tanto, mi pare che affondiamo
di nuovo in quel fango nero. Ho dato torto all’amico Beppe Fenoglio
per il pessimismo in cui è sfociato il suo monarchismo, ma ora
guardandomi attorno anziché paura dei vili che vogliono farmi fuori,
ho vergogna di quelli che hanno dimenticato cosa hanno fatto. A proposito:
quando vuoi venire? Fenoglio ti aspetta e io non ti farò perdere
tempo raccontandoti perché non sono morto da eroe”»
. È una nota di cui ancora non abbiamo trovato riscontro, ma certamente
l’episodio dell’attentato si ricollega al clima difficile
dell’immediato dopoguerra e di cui i testi usciti sul «Corriere
Albese» che abbiamo qui ripresentato sapranno dar conto al lettore.
Tra le colonne del «Corriere Albese» spunta poi una noticina,
una piccola segnalazione dal tono abbastanza sostenuto, che subito a ridosso
dell’uscita di Banditi ne
caldeggia la lettura. È siglata “B.”, e nonostante
non ci sia possibile sciogliere il dubbio, ci piace pensare (sulla scorta
di analoghe piccole segnalazioni che compariranno negli anni successivi
su altra testata locale, a sottolineare i brillanti risultati di studio
e di carriera accademica di Chiodi) che l’autore possa essere Natale
Bussi.
Dalla seconda edizione di Banditi (1961), riproponiamo poi la premessa
di Arturo Felici, partigiano cuneese di “Giustizia e Libertà”,
tipografo ed editore sotto lo stesso nome di battaglia di “Panfilo”,
amico di Duccio Galimberti e Dante Livio Bianco. Di Panfilo si avrà
modo di leggere, nelle pagine che seguono, una seconda testimonianza scritta,
citata nella nota alla lettera di Chiodi/Fenoglio del 6 dicembre 1953.
Frequentatore dell’ambiente albese negli anni Cinquanta e Sessanta,
e naturalmente di quello torinese dell’Università, Claudio
Gorlier ha volentieri ripreso e postillato per noi un suo articolo del
1975 consegnato alle pagine letterarie del «Corriere della Sera».
Erano usciti, a breve distanza di tempo, Il
sistema periodico di Primo Levi e la terza riedizione di Banditi,
la prima per un editore (Einaudi) che non fosse stretto nei confini di
una diffusione regionale: Gorlier vedeva – e vede – nei due
libri un legame che risulta interessante esplorare a tutt’oggi.
Altrettanto interessante rimane una coppia di testi tra loro collegati.
Il primo, datato 1971, è un saggio dell’italianista Bruce
Merry, nome noto agli studiosi di Beppe Fenoglio per essere stato membro
dell’équipe di Maria Corti nell’approntamento dell’edizione
critica delle opere dello scrittore albese. Merry fu uno dei relatori
al primo convegno nazionale di studi fenogliani, svoltosi ad Alba nel
1973: nel suo studio della letteratura italiana della resistenza, tiene
in alta considerazione Banditi,
in un momento in cui era ancora un testo di difficile reperibilità
(come si è detto, bisognerà aspettare il 1975 e l’uscita
nei «Nuovi Coralli» di Einaudi), ma assai apprezzato da chi
lo conosceva. Tra i rilievi di Merry, tutti meritevoli di attenzione,
c’è l’accostamento alla narrativa «de-emotionalised»
di Anatolij Kuznetsov, uno scrittore sovietico dissidente che nel 1969
riuscì a fuggire in Gran Bretagna, dove ricevette asilo politico
e pubblicò la versione integrale, non censurata, del suo romanzo
di guerra Babi Yar, che racconta
i massacri (ad opera delle SS naziste e di collaborazionisti ucraini)
di Babi Yar, nei pressi di Kiev, tra il 1941 e il 1943. Il libro uscì
in traduzione italiana da Paravia nel 1970, con il sottotitolo (ripreso
dall’originale «A Document in the Form of a Novel»)
di «romanzo documentario».
Attento nel seguire la fortuna critica di Fenoglio, e desideroso di metterlo,
nella sua stessa città natale, in una luce che fosse equilibrata,
al di là delle celebrazioni di rito, Giovanni Castella è
il primo a dare notizia del saggio di Merry. In un articolo del 1972 per
la terza pagina del quindicinale liberale «La Bilancia», il
giovane cronista culturale tiene a spiegare ai suoi lettori quanto l’analisi
di Merry fosse importante per liberare Banditi
dalla categoria della memorialistica, troppo vaga e riduttiva per un’opera
che, pur restando un «documentario storico», rappresenta anche
un notevole fatto stilistico e letterario. Oggi Banditi,
ripubblicato da Einaudi in edizione tascabile (2002), può contare
su una precisa e definitiva introduzione di Gian Luigi Beccaria.
Due testi conclusivi ci aprono un ulteriore, caloroso spiraglio sul rapporto
di amicizia che ha legato Pietro Chiodi e Beppe Fenoglio. Della lettera,
sottoscritta dai due in qualità di partigiani combattenti e inviata
alla «Voce» di Cuneo, si è già accennato; inedita
è invece la traduzione, da parte di Fenoglio, di due poesie scritte
in inglese da Cesare Pavese e uscite nella raccolta postuma Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi (1951). Si rinvia alle note
che accompagnano i testi per una loro più ampia contestualizzazione.
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