BOLLEY
L'elicotterorosa

 

Questo quinto numero di "Momenti" è il catalogo della mostra di Eugenio Bolley L’elicotterorosa, allestita dalla Fondazione Ferrero, e dedicata alla memoria di Arturo Buccolo, collaboratore della Fondazione scomparso prematuramente il 5 maggio 2000.
La mostra ripercorre l’esperienza artistica di Bolley dai suoi esordi, alla fine degli anni Sessanta, sino alle creazioni più recenti.
Il catalogo documenta l’itinerario creativo dell’artista nelle sue tappe più importanti, testimoniando anche dell’interesse critico che l’opera di Bolley ha riscosso presso i più accreditati studiosi di arte contemporanea.


 
Bolley:
la quadratura del cerchio


Francesco Poli
Su Bolley personaggio e sulla sua produzione artistica, ormai più che trentennale, hanno scritto moltissimi critici d’arte e anche molti letterati, musicologi, giornalisti, scienziati, tutte persone che se non erano già suoi amici lo sono poi diventati. Era destino che arrivasse anche il mio turno: di scrivere su questo artista (e di iniziare un’amicizia). Devo dire che l’aspetto più complesso, e dunque anche più intrigante, che si presenta a chi si accinge a un compito del genere, è quello di riuscire a mettere a fuoco in modo corretto e equilibrato il rapporto tra la sua opera, pittorica e scultorea, e la sua personalità, caratterizzata da un’irriducibile esigenza di libertà individuale, da una carica di simpatia immediata e, soprattutto, da una profonda tensione religiosa e umanitaria (di matrice cristiana-evangelica). Quest’ultima, è bene precisarlo, non ha alcuna valenza confessionale, ma è finalizzata principalmente a scopi umanitari concreti, e cioè all’obiettivo di aiutare il più possibile chi si trova, per un motivo o per l’altro, in situazioni veramente difficili. Aiutare gli altri per sentirsi meglio dentro: dunque una forma superiore di egoismo (nel senso positivo del termine). E Bolley ha trovato, per così dire, la "quadratura del cerchio", riuscendo ad armonizzare al meglio le spinte narcisistiche tipiche dell’artista con l’esigenza etica di una morale fondata sull’altruismo, attraverso una scelta intelligente e impegnativa: utilizzare i risultati della sua creatività, e cioè i suoi quadri e le sue sculture, come capitale da investire in opere di bene. In sostanza, lo sforzo costante dell’artista è quello di tentare di far coincidere etica ed estetica, quantomeno a livello di personale esperienza esistenziale.
A questo punto dobbiamo incominciare a prendere in considerazione, in modo specifico, il suo lavoro artistico, che si presenta con caratteristiche abbastanza singolari. Per Bolley, autodidatta di talento, l’arte è stata una scelta di vita, un impegno e una passione totalizzanti che gli hanno consentito, a partire dal 1973, di cambiare radicalmente le proprie condizioni di esistenza: da cittadino torinese, attivo professionalmente in un’industria, ad abitante in pianta stabile dell’alta Valle di Susa, e precisamente di Bardonecchia. Un ritorno alla natura, alle montagne della sua infanzia, che ha significato la possibilità di portare avanti con la massima libertà e concentrazione la sua avventura creativa. Una scelta che non è una "fuga dalla civiltà", ma una ricerca di un equilibrio esistenziale più autentico. «La Valle di Susa – come ha scritto giustamente Paolo Gallarati – rappresenta per Bolley un ambiente d’elezione, il naturale interlocutore di una personalità che rifiuta i radicalismi e gli eccessi, e mira a un equilibrio nutrito da una spiccata tendenza al lirismo contemplativo». E per dirla con l'artista, una condizione di operatività basata sull’osservanza delle regole nella libertà e sulla libertà nell'osservanza delle regole. Fin dall'inizio, la sua pittura si connota attraverso un linguaggio di impronta serenamente ludica, come una nitida narrazione con valenze fantastiche.


Il domatore di pulci
1972, olio su masonite
cm 115x55


Punti di partenza emblematici in questo senso sono due quadri ancora chiaramente figurativi: Il domatore di pulci (1972), in cui si vede un personaggio con un filo teso fra le mani intento a "domare" inesistenti insetti, e Il filosofo (1972), dove una figura su una scala contempla in silenzio il cielo stellato. In entrambi i casi si può ipotizzare che si tratti di "autoritratti" immaginari, in cui l'artista si presenta a chi guarda come uno stimolatore di fantasie e sogni. Fanno sempre parte di questa prima fase del suo lavoro alcuni paesaggi quasi astratti, come per esempio Pensando a Klee (Madre montagna) (1975) o Si fa sera sulle rocce (1976-1981), e i dipinti quasi surreali del ciclo dei Mangianuvole, con intenti ecologici.
A partire dalla fine degli anni Settanta, la sua ricerca si sviluppa decisamente in direzione più astratta (senza per questo escludere a priori eventuali emergenze figurali), e precisamente in termini di invenzione inesauribile di nuove textures geometriche e di scritture e alfabeti fantastici.
Nasce così un mondo proliferante di segni, di ritmi, contrappunti e armonie; composizioni che danno vita a campi decorativi all over di grande freschezza e suggestione cromatica, dove l’intenzionale riduzione alla bidimensionalità della superficie, e dunque l’annullamento di ogni illusione virtuale tridimensionale, enfatizza con efficacia il senso autentico della spazialità pittorica. È una pittura che gioca con i suoi elementi primari di espressività, in chiave liberamente geometrizzante, ma senza rigidità freddamente razionali. Bolley è stato definito “poeta matematico”, ma la sua “matematica” è di radice musicale e lirica; è l’utilizzazione di una logica compositiva che si apparenta a quella delle partiture musicali, piuttosto che a quella del neoplasticismo e astrattismo geometrico che ha in Mondrian il suo punto di partenza.

E quindi, non a caso, i principali riferimenti nella storia dell’arte contemporanea sono, da un lato, per quello che riguarda i grandi maestri delle avanguardie, innanzitutto Paul Klee, geniale affabulatore razionale fantastico e inventore di scritture di sogni e di musiche segrete dell’inconscio, e poi anche il Kandinskij degli anni Venti e Trenta e, per certi aspetti (quelli più surreali), Miró; e dall’altro lato, artisti italiani come Licini, con le sue Amalasunte che volano nei ridotti ma infiniti spazi delle sue tele, come Capogrossi con il suo affascinante alfabeto primordiale di segni a forchetta, che non vogliono significare nulla di preciso nella loro utopica tensione verso la ricerca del senso misterioso dell’enigma originario dell’esistenza. Bolley ha imparato molto da questi artisti e forse anche da altri (mi vengono in mente per esempio i nomi di Carla Accardi, Achille Perilli, e anche per certi versi il Dubuffet dell’ultima fase), ma la sua attitudine operativa rimane comunque estremamente libera, senza particolari preoccupazioni di inserimento in questa o quella tendenza, senza ambizioni di confrontarsi in modo diretto con l’attualità più stretta della ricerca artistica. Questo atteggiamento, che potrebbe essere un limite, rappresenta invece in un certo senso un dato positivo.


Il poeta matematico
1971, olio su masonite intelata
cm 80x50

Essere fuori dalla bagarre del sistema dell’arte consente di sviluppare il proprio lavoro con una serenità particolare, con una tensione creativa che può produrre sorprese interessanti.
Bolley ha scelto di vivere in una dimensione culturale e geografica eccentrica, a suo modo spiazzante, dato che è riuscito, per esempio, a costruire un collegamento direi inedito fra le montagne della Valle di Susa e il Fujiyama, sulle cui pendici ha soggiornato, nel 1987, per qualche mese, ricavandone suggestioni profonde. L’esperienza giapponese, in effetti, è stata preziosa per l’artista perché gli ha consentito di approfondire la sua ricerca sul rapporto organico e essenziale fra segno pittorico e scrittura, e gli ha permesso di dar vita a una serie di opere nuove come quelle intitolate Il giardino delle parole.
Ma Bolley non è soltanto pittore, è anche, dall’inizio degli anni Ottanta, scultore. Questa pratica rappresenta, a mio avviso, qualcosa di relativamente diverso rispetto a quella pittorica, anche se lo spirito ludico rimane una costante di fondo. Attraverso la scultura, da intendersi come specificamente caratterizzata nel senso dell’assemblaggio, Bolley dà sfogo al suo talento di bricoleur, al piacere anche un po’ infantile di dar vita a forme e congegni funzionalmente inutili ma esteticamente suggestivi e stimolatori di immaginazione poetica. Le sue sculture, in cui si può sentire un’eco della produzione dadaista e surrealista di oggetti e di macchine inutili, si possono dividere in due filoni principali: il primo è quello, legato alla natura e alla civiltà contadina, di cui fa parte la numerosa schiera degli Urogalli, e il secondo è quello che fa riferimento, in modo ironicamente ludico, al mondo della
tecnologia meccanica.
Gli Urogalli (battezzati così di comune accordo con l'amico scrittore Mario Rigoni Stern) sono realizzati con zappe e altri utensili contadini di montagna, recuperati con accurate ricerche nei paesi della valle segusina. A mio avviso sono, nel loro fascino antico e nella loro tensione formale, tra i lavori più significativi in assoluto dell’artista. Gli Elicotteri, la bizzarra serie della Testa Rossa, e la divertita ricostruzione di una Ferrari Pronta per non correre (1988) in grandezza naturale, rappresentano, senza cattiveria ma con chiarezza, una singolare denuncia contro i rischi di un coinvolgimento totalizzante nella cosiddetta civiltà delle macchine. Bolley, per queste sculture, recupera ogni sorta di residuati meccanici e idraulici, e con un paziente lavoro combinatorio reinventa marchingegni tanto assurdi quanto suggestivi.


 

L'elicotterorosa

Mario Rigoni Stern


No, non mi piace il neologismo “rottamare”, sono piuttosto per recuperare, e lo sanno i miei di casa e gli amici più vicini perché nella baracca accanto all'orto trovano posto gli oggetti e gli attrezzi che ormai siamo in pochi a usare: scuri, roncole, seghe, falci, rastrelli, tridenti, badili, picconi, zappe, vanghe, gabbie, trappole, funi, spaghi, fildiferro, slitte, vecchi sci, bastini, arnie dismesse e chissà cosa d'altro ancora.
C'è, persino, appeso a un palo, il mio vecchio zaino militare con il quale ritornai a casa nella primavera del 1945, dove tenevo il manoscritto delle memorie della ritirata di Russia. Mi servì ancora per molti anni quando andavo in bosco a far legna o a caccia per avere un lepre da mangiare.
Non rottamo niente, metto da parte e prima o poi verrà buono. Certi libri sono piuttosto da scaricare nella raccolta della carta da riciclare.
E con le brutte pitture?
Quelle sono proprio un problema, anche per rottamarle. Un giorno o l'altro... No, non è giusto farne un falò; le ammucchio in soffitta anche se mai avranno valore; magari un giorno l'amico Bolley, combinandole insieme, riuscirà a farne capolavori. Ma lui solo potrebbe farlo! Lui è pittore e scultore di valore che anche i giapponesi conoscono: alle cose abbandonate e dimenticate riesce a dare vita creando opere d'arte. Credo sia l'unico al mondo!
Vive sulle Alpi, ai confini, credo ignori il “virtuale” come lo ignoro io. Lavora, pensa, cammina, ascolta musica; va per case abbandonate a recuperare vecchi arnesi di lavoro o anche oggetti casalinghi e con questi e con la sua fantasia, la sua pazienza, il suo amore per la vita trascorsa e futura crea opere d'arte che suscitano stupore e ammirazione a chi sa guardare con occhio puro e animo sgombro da confusione: sono uccelli che non volano, automobili che non corrono, robot che non parlano, radar che non trasmettono.

L'elicottero
2000 - 2001
Bronzo, ferro e ghisa
alt. cm. 100

Ora con oggetti più moderni, quelli rottamati dai meccanici e dagli idraulici, crea elicotteri che non volano. Ama le forme geometriche dei pezzi meccanici abbandonati; cerca valvole di bronzo scartate, pezzi di tubi, razze di vecchie ruote, lame di tritacarne, cucchiai. Che altro ancora?
Come i meccanici le misure le fa in pollici: 1/4”, 1/2”, 3/4” e accorda le
filettature, o le fa nuove, fora, salda. Inventa così macchine che sono esclusivamente da vedere, da usare come memoria di opera d'arte, emozione della vista e dell'anima.
Porta i rifiuti tra le Stelle. Le sue pitture, invece, danno tanta serenità.
I colori accostati con emozionante equilibrio lirico; lettere dell'alfabeto che ci raccontano il primo linguaggio: quello balbettato dall'uomo nei primi anni di vita e quello inciso sulle rocce centomila anni fa; o segni geometrici che hanno il fascino delle scritture sconosciute.
Ideografia pura. E favole, favole bellissime dove ogni fantasia può partire per viaggi lontani tra le nuvole e oltre, in giardini con alberi rossi e blu, in boschi dove è meraviglioso perdersi.
Ed è come se ci accompagnasse in una passeggiata con musiche sommesse e voci della natura, tra luci policromatiche e luci di astri lontani, con balbettii infantili e profumi di pascoli alpini al tempo del disgelo.


 

Elicotteri




Omaggio al Principato
di Andorra

2000 - alluminio bronzo, ferro
e ghisa - alt. cm. 30

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Il giocattolo che non ho
avuto quando ero piccolo

1999 - bronzo, ferro e ghisa
alt. cm. 22,5
 


Elicottero con "Birotore"

2000 - argento, bronzo, ferro
e ghisa - alt.cm. 36

Macchine, ed ancor più invenzioni, di cui non si può, intanto, non ricordare una sorta di contraddizione di base. Perché Bolley, è noto, appartiene alla schiera di chi le macchine non ama, e proprio come realtà meccanica, come logica diversa o opposta a quella pienamente umana cui Bolley aspira (e di cui ha scelto una difesa decisa, estraniandosi da città e traffici connessi). Allora, che senso può avere la scelta di artifici meccanici come formula combinatoria dei pezzi assemblati e di frammenti di macchine come dati portanti? Il principio, in termini generali, è quello delle macchine inutili: montaggio di oggetti il cui risultato finale non "serve" alla finalità pratica; ma solo s'affida a un dato d’invenzione.

Paolo Fossati, 1985

 

La successione degli interventi è ora approdata alla "costruzione” di macchine del tutto particolari, all'assemblaggio di reperti meccanici, alla definizione di un nuovo mondo che si colloca al di là del mito della tecnologia avanzata, degli "oggetti" normalmente impiegati dall'industria meccanica, del prodotto finito e perfettamente funzionante, per consegnare alla nostra fantasia qualcosa di diverso, di insolito, di misterioso.


Angelo Mistrangelo, 1988

 



Macchina scentrata
1983 - ferro e legno
alt. cm. 37




1/2" Hélicoptère
2000 - argento, bronzo e ferro
alt. cm. 21

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sto cercando di dire che queste macchine contengono, entro una gran felicità inventiva, qualcosa di amaro e di puntuto. Come se Bolley a quella "realtà specializzata" cui ho fatto cenno prima, si arrendesse e giocasse a rimpiattino con l'ambiguità che ne deriva. Come a dire che è possibile caricare la macchina di una tale tensione e invenzione di fantasia da renderla bifronte: elogio del meccanico ma anche percorso chiaro e semplificato di una attenzione che la meccanicità delle parti non può scaricare, ed anzi deve esibire, mostrare, vantare. Un esercizio di ritorsione, in qualche modo.


Paolo Fossati, 1985

 


Elicottero I.G.I. Stampal

2000 - argento, bronzo, ferro
e ghisa - alt.cm. 33


 

Equilibristi




L'equilibrista
1999 - bronzo, ferro e ghisa
alt. cm. 43,5

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Il Sultano

1995 - bronzo e ferro
alt. cm. 58,5
 


Omaggio a Brancusi
1995 - bronzo, rame, ferro
e legno - alt. cm. 30


Diverso ancora è il caso delle sculture. Qui l'entroterra antropologico viene rappresentato in prevalenza da oggetti, o da loro frammenti, appartenenti a civiltà montanare e contadine, oppure a una tecnologia aurorale o comunque già lontana. Le loro forme vengono assemblate e trasfigurate nel doppio senso del bizzarro spiazzamento conseguito dal riciclaggio, e della nuovissima natura assunta come campo proiettivo di una figurazione completamente diversa ed estranea.

Lucio Cabutti, 1990




 

Urogalli

Ora, questi oggetti, questo bestiario che Bolley offre è fatto con reperti d'uso, con attrezzi e materiali dell'esperienza contadina, per esempio. Ma, attenzione: il patetico della contemplazione di un oggetto di uso che risulta bello nella sua attuale inutilità pratica qui è cancellato. Gioca invece la funzionalità immaginativa, il fatto che l'uso contiene una potenzialità figurativa cui ha predisposto l'oggetto in questione. Il tempo e il lavoro altrui giocano a favore di una continuità figurativa recuperabile ed utilizzabile. Si sostituiscono i termini d'uso, la funzione pratica, ma il percorso (dal lavoro di ieri all'utilizzo odierno) non subisce stacchi o rotture. Per questo il risultato finale, l'uccello o l'animale che ora ho davanti, in realtà è una macchina, minima nel suo soffice meccanismo, che produce un'immagine. Ancora un percorso, come si vede.

Paolo Fossati, 1985

 



Volo
1999 - ferro e ghisa
alt. cm. 52





L'urogallo formichiere
1982 - ferro e legno
alt. cm. 26

 

Sulle mie montagne nei mattini di fine aprile, dall'altra parte delle Alpi, verso la Francia, Bolley pittore insonne e innamorato, aspetta lui pure il giorno per andare dove gli uomini non vogliono più vivere: nelle case remote e alte sui monti dove non cresce più il frumento o giù nelle valli dove il sole arriva troppo tardi, va per cercare vanghe e vomeri, scuri e zappe, alari e catene, ruote e gioghi e tutti gli altri attrezzi abbandonati per sempre e di cui non solo si è perduto l'uso ma anche la memoria; e li raccoglie per farli rivivere come animali preistorici, uccelli sognati prima dell'alba in volo sopra le terre emerse o nelle regioni degli uccelli non spaventati, Urogalli primigeni, per riproporli a noi simboli del Tempo che corre via, con l'eco di tante vite e di lavori che rimangono sulle montagne. Come il canto dell'Urogallo, dopo che il Sole è salito nel cielo dell'Ariete.

Mario Rigoni Stern, 1982




 

Paesaggi, mangianuvole, macchine volanti



La Val di Susa
com'era
1971 - olio su masonite intelata
cm. 60x50

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Anzi potremmo dire che questa visione di cieli azzurri Bolley la contrappone polemicamente a un senso angoscioso della vita attuale che dell'azzurro celeste ci è così avara. Infatti buon numero di questi quadri hanno per soggetto una forma ostile “mangianuvole” che si disegna sul cielo. Simbolo o crittografia della nube di smog che invade ormai la natura e opprime gli uomini. Contro di essa Bolley si batte con l'arma della fantasia.

 


Madre montagna

1975 - olio su masonite
cm. 60x50
Dunque una celebrazione poetico-ecologica del ritorno alla natura schietta e incontaminata. Naturalmente questa aspirazione a una purezza ancestrale è più emblematica che realistica: il rito e il mito dell'invasione del cielo da parte del grigio elemento ostile si trasforma nella presenza multicolore di una specie di aquilone, che crea sull'azzurro del fondo un bellissimo tema pittorico.

Albino Galvano, 1985



Bolley vagheggia paesaggi intatti che vengono insediati dai nuovi totem del consumismo, accenna particolari di realtà - un borgo, una collina - e subito li cancella per sublimarli nell'astrazione. Il nemico è sempre in agguato, bisogna sottrargli il mondo che ci è più caro, affidarlo ai segni elementari del numero e dell'abbecedario, che soltanto noi possiamo decifrare. Il nemico non arriverà a capirlo.


Giorgio Calcagno, 1995

 



La montagna del silenzio
1985 - acrilico su masonite
cm. 40x40




 

Dai segni ai giardini delle parole





Abbecedario con A gotica
1994 -acrilico su masonite
cm.76,5 x 76,5

 

Gli storici non si sono ancora messi d'accordo su tutti i dettagli dell’impresa di Annibale. Si dice che abbia attraversato le Alpi portando con sé degli elefanti con cui riuscì a terrorizzare i legionari romani, qualcuno sostiene che sia arrivato in Italia proprio attraverso la valle di Susa. Io non ho dubbi, i Fenici sono passati per Bardonecchia e hanno lasciato segni cospicui. Già sappiamo che i Fenici hanno inventato l'alfabeto, il segno scritto, la prima software nella storia dell'umanità. La prova vivente è appunto Eugenio Bolley (Anniboley?). Da anni Bolley combatte una solitaria battaglia artistica contro i romani, ha perso gli elefanti ma porta con sé gli urogalli, ammirando le sue serigrafie scopro che si esprime in protopunico, lui non lo sa ma è certamente un adoratore di una lunga serie di idoli cartaginesi. Secondo me Bolley è la reincarnazione di Annibale, il suo segno è il riaffiorare discreto, timido e tenace di quella cultura punica distrutta da Catone e forse molto più interessante di quella romana.

Tullio Regge, 1985

Le istanze ecologiche a cui alludevano i Mangianuvole intorno al 1972 sono state poi affiancate da altre "ristrutturazioni" visuali che hanno ulteriormente accentuato i ruoli conoscitivi e autorappresentativi della forma, spaziando dalla geometria al numero, dalla grafia alla scrittura, dal segno al carattere enigmaticamente alfabetico, e dall'archetipo al "marchio" puro. Ne sono conseguite inoltre una più articolata "impaginazione" delle direzioni di lettura, e un più movimentato sviluppo dei labirinti ottici e delle sequenze. Le strutture di ripetizione e i sistemi combinatoriali hanno inoltre assunto una più spiccata fisionomia metodologica e figurale, facendo registrare nuove coincidenze con l'iconografia della computer art.

Lucio Cabutti, 1990



 

Dai giardini della musica ai concerti per tamburo Shinto


Una magia, questa di Bolley, che conosce e disconosce antropologia e logica simbolica dei segni e dei grafemi: li conosce come strumenti anche poetici per far emergere in luce e in forma gli eterni ritmi di consonanza fra il linguaggio cosmico della natura e le sue trascrizioni nel pensiero e nel linguaggio umano prima di Babele; li disconosce nella loro devitalizzazione e disseccamento e disumanizzazione nella nostra Babele elettronica.

Marco Rosci, 1990

 

 

 

 

 

 

 

 

 





Variazione in chiave di Sol

1991 - acrilico su masonite
cm. 71 x 71
 
Quella che emerge è comunque una trasversalità di linguaggi. Tenendo conto oltre tutto dell'impaginazione dei simboli grafici, che possono disporsi in frequenze lineari e ferme (ad esempio nei Vocalizzi, dove il movimento è tutto interno alle vocali disposte in ordine variato) o nella rigidità della scacchiera, ma che realizzano talora una ascensionalità ritmica, un flusso aggallante, magari accompagnato, a guisa di cartiglio, dalla parola Jazz o Rock.


Lorenzo Mondo, 1994



 

Biografia

Eugenio Bolley è nato a Gap (Francia) nel 1935; vive e lavora a Bardonecchia dal 1973, anno in cui ha abbandonato Torino e l’attività professionale di dirigente nell’industria meccanica. Dai suoi esordi, che risalgono alla fine degli anni Sessanta, ha realizzato, in Italia e all'estero, oltre 100 mostre tra personali e collettive.




Le parole del Re
1980 - olio su masonite
cm. 60 x 60

La Galleria Quaglino Incontri di Torino ha promosso, nel 1972, una sua esposizione dal significativo titolo Il mangianuvole. È stata forse la prima volta, in Italia ma anche all'estero, che è stato affrontato in pittura il tema dell'inquinamento atmosferico. Le opere esposte e altre successive, sempre legate al tema del degrado ambientale, sono poi state presentate a Roma nella Galleria Ferro di Cavallo. Nel medesimo anno, i Mangianuvole hanno lasciato l'Italia per approdare oltre Manica, presso la Fondazione Bertrand Russell di Londra, in occasione del Bertrand Russell Centenary International Art Exhibition and Sale.
Nel 1975, nelle sale del Palais des Congrès di Aix-en-Provence, è stata allestita la mostra Bolley peint sur deux versants; le opere esposte sono poi state presentate nel Centre d'Animation Maison des Jeunes e de la Culture di Cavaillon, e infine presso la Galerie des Maîtres Contemporains di Aix-en-Provence. Nell'estate dello stesso anno Bolley ha esposto nel Museo Pinacoteca San Francesco (Repubblica di San Marino).

Alla fine degli anni Settanta l’artista ha iniziato una ricerca sul segno a 360 gradi. Su queste tematiche, gli editori Priuli & Verlucca hanno pubblicato il libro L'evoluzione del segno, in cui sono stati riprodotti quaranta disegni di Bolley a china e pastello. La pubblicazione, preziosamente curata e integrata da un’incisione ad acquaforte, ha avuto una tiratura di 150 copie numerate e firmate.
Agli inizi del 1980, pur continuando a sviluppare una ricerca sempre più orientata a massificare il segno, Bolley ha iniziato ad assemblare vecchi attrezzi in uso presso la civiltà montana e contadina. Dall'accorta composizione di questi "ferri" ormai in disuso sono nati gli Urogalli, che hanno subito destato l'interesse di intellettuali come Primo Levi, Mario Rigoni Stern e Tullio Regge.
Nel 1991 l’artista ha presentato presso la Galleria Biasutti di Torino la mostra Il giardino della musica, i cui quadri, sempre legati alla ricerca segnica, proponevano i segni musicali.

Nel 1992, su invito della Presidenza del Lioness Club Moncalieri Castello, ha illustrato ventun racconti scritti da celebri scrittori italiani, tra cui Giorgio Calcagno, Guido Ceronetti, Nico Orengo, Mario Rigoni Stern, Mario Soldati, Antonio Spinosa. I racconti e i dipinti sono stati pubblicati in un libro dal titolo Tavolozza di favole.
Nel 1993 Bolley ha iniziato a costruire i Segnatempo, sculture inglobanti degli orologi, che sino ad ora non sono mai state esposte.
Nel 1994, nelle sale della Galleria La Bussola di Torino, ha concluso il ciclo dei Giardini con la mostra Alfabeto per una nuova Babele.
Nel 1995, al Centro Culturale Valdese di Torre Pellice (Torino), è stata allestita una mostra di dipinti di Bolley dal titolo Dal silenzio originario ai segni. L'opera Il bosco di Ez, presentata in quell'occasione, è stata scelta dal Dipartimento di Matematica del Politecnico di Torino per essere riprodotta sul manifesto del convegno internazionale Recent advances in numerical methods for partial differential equations.
Nel 1996 Bolley ha realizzato tredici quadri per il calendario ufficiale della Rai, stampato in 30.000 copie. Sempre nel 1996 ha esposto queste opere in una mostra presso la Galleria Arte Tre di Trieste, insieme con i dipinti che hanno illustrato il libro Tavolozza di favole. In quella circostanza, il poeta Edoardo Sanguineti ha dedicato al lavoro di Bolley una poesia che, elaborata graficamente, è stata pubblicata sul catalogo.
L'acrostico, dal titolo Sestina, è stato poi inserito da Sanguineti nella sua raccolta Corollario edita da Feltrinelli.
Nel 1997, in occasione dei Campionati Mondiali di Sci del Sestriere, Bolley ha realizzato per conto delle Ferrovie dello Stato e del Comune di Oulx una scultura mobile (Testa rossa) in acciaio e alluminio.
L'opera, inaugurata dal Prefetto di Torino, è stata collocata stabilmente presso la Stazione Ferroviaria di Oulx. Usando gli stessi materiali, ma con sostanziali differenze di forma, ha costruito una seconda Testa rossa, commissionata dal Comune di Sauze d'Oulx per essere posta nella piazza centrale del paese.

Nel medesimo anno, in collaborazione con i Servizi di Stazione delle Ferrovie dello Stato, ha illustrato e realizzato una T-shirt per ricordare il cinquantenario dell'UNICEF. La Rai gli ha commissionato un’altra T-Shirt, stampata con l'illustrazione Notturno dall'Italia tratta dal calendario del 1996. Sempre nel 1997, su invito della Rai, ha partecipato al programma Uno mattina, nel quale ha presentato i suoi Urogalli. La Direzione generale dei Monopoli di Stato, per illustrare il «Gratta e Vinci - Bingo!», stampato in 300 milioni di esemplari con cinque milioni di locandine, ha scelto l'opera di Bolley L'albero di neve. Nel 1998, presso il Centre des Congrès «Le Manège» di Chambéry (Francia) è stata allestita la mostra didattica Anche gli urogalli vanno all'Università.

Lettera di Massimo Mila a Bolley

La manifestazione rientrava nel progetto Interreg CEE «La scuola del vicino - L'école du voisin», organizzato dal Provveditorato agli Studi di Torino e dal Rectorat d'Académie di Grenoble. Bolley vi ha partecipato in qualità di esperto, collaborando allo svolgimento dei lavori negli ateliers dedicati all’arte. Nello stesso anno ha realizzato la mostra Anche le farfalle fanno pipì (Biblioteca Civica Internazionale di Bordighera).
Nel 1999 ha esposto presso il Centre Cultural del Comú d'Escaldes-Engordany (Principato di Andorra), con una mostra personale intitolata Colors: desde el Japó al Principat d'Andorra.
Nel 2000, già pensando all'Olimpiade invernale del 2006, ha realizzato un’opera che riproduce i tratti più caratteristici della Valle di Susa. Il quadro è stato riprodotto mediante stampa in serigrafia, con una tiratura limitata, per conto della Presidenza della Provincia di Torino.
Nel 2000, in previsione della mostra presso la Fondazione Ferrero, Bolley ha iniziato a costruire con materiali di recupero (valvole di bronzo, rubinetterie, vecchi ferri da stiro) il ciclo degli Elicotteri.
Durante le vacanze di Natale, il Comune di Bardonecchia gli ha organizzato presso il Palazzo delle Feste la mostra Omaggio alla Valle di Susa. In quella circostanza è stato presentato il suo volume Dal silenzio ai segni, con un testo introduttivo di Giorgio Calcagno. Le quaranta opere riprodotte nel libro sono state realizzate per la maggior parte durante il soggiorno di Bolley in Giappone.
Nella primavera del 2001, in collaborazione con un gruppo di Anziani Ferrero, ha realizzato una scultura-elicottero di grandi dimensioni che resterà stabilmente presso la Fondazione Ferrero.