Beppe Fenoglio 1922-1997
Atti del convegno

Alba 15 marzo 1997

L'uscita degli atti del convegno Beppe Fenoglio 1922 - 1997 segna una tappa importante nello sviluppo delle attività della Fondazione Ferrero. Si tratta di un tema particolarmente ricco di significato, in quanto Fenoglio è il letterato più illustre di Alba, la città che ha visto nascere la Ferrero e ha assistito alla sua affermazione mondiale.
Il convegno su Fenoglio si è tenuto presso la Fondazione Ferrero insieme con un'ampia mostra documentaria, che è rimasta aperta dal 15 marzo al 20 aprile 1997. Queste iniziative sono state preparate da quattro conferenze di presentazione della vita e dell'opera fenogliana, con la partecipazione di studiosi e di amici dello scrittore. Gli atti del convegno, oltre agli interventi di alcuni fra i più prestigiosi specialisti di Fenoglio, propongono anche una scheda sulla mostra e un racconto fenogliano quasi inedito, in quanto pubblicato sinora solo su " i 4 soli" una rivista edita in Alba fra gli anni Cinquanta e Sessanta.
A testimoniare l'importanza del legame nei confronti di Fenoglio, nella sede albese della Fondazione è stato allestito stabilmente, a partire dal novembre 1997, un piccolo spazio espositivo fenogliano;

la Fondazione ha anche curato la riedizione di una fiaba di Fenoglio La favola del nonno , e la sua distribuzione agli allievi delle scuole elementari delle terre fenogliane, attraverso appositi incontri. Sono inoltre previste ulteriori iniziative dirette a promuovere la conoscenza del grande narratore.


INTRODUZIONE AL CONVEGNO
Lorenzo Mondo

Siamo a nostro agio e anche felici. Personalmente sono anche un poco commosso di trovarmi in questa città, e in questa sede, a parlare e ragionare un'altra volta di Beppe Fenoglio. Una figura di uomo e di scrittore che siamo in molti ad amare, e che molti fra i presenti, non dico soltanto i familiari, hanno conosciuto e apprezzato da vicino, serbandone un intatto, incorrotto ricordo.
L'occasione che ci vede riuniti mi pare importante e in qualche modo emblematica. Non sono tanto i settantacinque anni dalla nascita di Fenoglio, cifra che di per sé non è così tonda, così piena, così significativa: è il fatto che un omaggio a Fenoglio di questa levatura venga espresso nella sede della Fondazione Ferrero. Ecco, credo che sia una delle manifestazioni più importanti che si siano mai date, in Alba, per questo suo figlio così eletto e generoso.

Poco fa, nel saluto di chi mi ha preceduto, sentivamo parlare con legittimo orgoglio della crescita di Alba, e in primo luogo del suo sviluppo industriale. È allora indicativo che una griffe così autorevole e internazionalmente famosa come la Ferrero si avvicini e si impegni a esaltare una griffe di altra natura, la firma prestigiosa lasciata da Fenoglio nella letteratura italiana del Novecento.
In altre parole, è bello che gli spiriti vitali della città, le forze che la rendono così feconda in questi anni, si trovino a cospirare insieme nella ricerca di una identità, di un destino.

Dunque, anche per queste ragioni, se vogliamo, laterali ed esterne, benvenuti al nostro incontro. Che si colloca in una più generale attenzione da parte della città di Alba, fino ad anni non lontani piuttosto insensibile, piuttosto torpida nei riguardi di Beppe Fenoglio. Lo dimostrano anche le polemiche sulla sorte della casa in cui abitò lo scrittore, a fianco della cattedrale: più giusto sarebbe dire, ahimè, il tratto superstite di casa Fenoglio, con tutti i problemi urbanistici e logistici (l'inserimento nel contesto urbano, la destinazione d'uso) che esso comporta. Anche per questa via si manifesta un rinnovato interesse per Fenoglio che fa bene sperare.

L'occasione più vera della nostra giornata, al di là dell'anniversario, è offerta dalla mostra che, dopo il convegno, tutti potranno visitare. Durerà all'incirca un mese e segna un nitido, coerente percorso, di grande forza emotiva e evocativa. Si muove attraverso una serie di immagini, anche inedite, dello scrittore; attraverso una scelta dei suoi manoscritti e dattiloscritti; attraverso le varie edizioni dei suoi libri ed anche, particolare toccante, alcuni oggetti che gli sono appartenuti. Ad esempio, un paio di mitra che, visti a distanza, nell'alone un poco malinconico del ricordo, hanno perso ogni terribilità, si sono caricati di uno straordinario valore ideale e affettivo. Come il fazzoletto azzurro di partigiano, straccio fasciante ed esaltante di una libertà rivendicata.

La mostra riveste - e sappiamo quanto ce ne sia bisogno - una limpida ed elegante funzione pedagogica. All'approfondimento aiuterà il convegno che, posso dirlo tranquillamente, si avvale di uno straordinario parterre di studiosi: nomi illustri che hanno contribuito, con diversi approcci e inclinazioni, a farci leggere meglio Fenoglio, a interpretarlo e divulgarlo.

A loro lascio la parola.

FENOGLIO, UN CLASSICO DEL NOSTRO SECOLO
Prof. Gianluigi Beccaria

Se nel nome di Fenoglio noi ci ritroviamo qui attorno a questo tavolo, e se voi siete venuti ad ascoltare quel poco o tanto che abbiamo da dire, è perché crediamo fermamente nella letteratura. Non so se siamo ancora in tanti a crederci. Sempre di meno, ci dicono alcuni. In realtà oggi più che mai, in una civiltà che promuove l'oggetto di consumo, l'oggetto-lusso, ciò che è destinato a cambiare e ad essere utilizzato, ciò che è utile e insieme effimero, proprio il più inutile degli oggetti, la letteratura, è quanto continua e continuerà a permanere, a durare nel tempo. Dura nei secoli e conta, proprio perché è un'operazione (al limite) gratuita, nel senso che opera senza scopi immediatamente pratici e di immediato impegno. Ma ruota eternamente intorno ai soliti fondamentali nodi della vita, e li approfondisce; quelli sono e quelli restano. Di quanto c'è al mondo, potremmo ben dire che la letteratura è ciò che è cambiato di meno, da Omero a oggi. Ed è il caso delle pagine di Fenoglio, che muovono quasi tutte intorno ai problemi ultimi, fondamentali, variati e variamente approfonditi lungo i secoli: il destino, la morte, la pace, la violenza, il cielo e gli inferi, l'eden e il caos, l'amore e il tradimento, il bene e il male.

Di tutto un secolo che sta per finire, se ci sono dei classici che resteranno e dureranno, questi saranno di certo i romanzi di Fenoglio, volumi che nella loro consistenza, nella loro altezza suprema, dimostrano quanto stavo appena dicendo. Libri come La malora, come "Una questione privata", come "Primavera di bellezza", come "Il partigiano Johnny" non ne sono usciti poi molti in Italia, nel Novecento. A questi libri è delegata la dimostrazione della tenuta grandiosa che ha la letteratura alta di fronte a quanto è destinato a cancellarsi e a sgretolarsi, seguendo il vento delle mode. Fenoglio è già un classico.

Fenoglio è stato anche un esempio di quella pianta uomo di cui sono sempre più rari gli esemplari. Se n'è andato in sordina, conosciuto da pochi, una trentina d'anni fa. Ma più il tempo passa più la sua grandezza si fa assoluta. Se penso agli alti clamori che spesso si levano per molte insignificanti pagine di narrativa decostruita e minimalista in voga in questi decenni, e per contrasto al silenzio col quale quest'uomo grandissimo è scivolato via, silenzioso come le comete, trovo allora che c'è un'immediata coerenza tra il suo vivere e il suo fare letteratura: pagine di narrativa che si sono tenute fuori dei circoli, delle mode, e anche fuori, direi, di una ideologia istituzionalizzata, vulgata. Si pensi alla tanta retorica sulla Resistenza, e alla presentazione fenogliana di una Resistenza per un verso senza retorica, e per altro verso pura: non pensata e raccontata in termini immediatamente politico-ideologici, se è vero che il tema di fondo delle pagine di Fenoglio è il guerriero resistente, del passato e del presente, dall'Ettore troiano («la mia ettorica preferenza per la difensiva», come ricorderete) ai partigiani contemporanei. Potremmo forse dire, paradossalmente, che non la Resistenza storica è il tema dei suoi romanzi, ma piuttosto il tema dell'esistenza umana nella sua totalità. Quando gli portano avvolto in un lenzuolo il cadavere di un compagno, Johnny «ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti».

Ma parte di queste cose le ho già dette e scritte. Dire qualche cosa di nuovo oggi su Fenoglio, almeno da parte mia, non è facile. Le ultime novità sono l'edizione Isella e la scoperta di Lorenzo Mondo, il quale meglio di me potrebbe parlare della fortuna che ha avuto e dell'emozione che ha provato nello scoprire e pubblicare quei quattro taccuini autografi: quelle umilissime carte, commoventi al solo vederle, con l'intestazione «Macelleria Fenoglio Amilcare, Piazza Rossetti, Alba», e in ogni pagina le caselle con le voci "Data", "Carne", "Prezzo", "Importo". I registri di conto del padre, un formato tascabile su cui, a penna e in bella grafia (leggibilissima, rispetto a quella che sarà l'ardua e difficile successiva), Fenoglio scrive nel 1946 i suoi primi racconti di guerra, gli Appunti partigiani.

Queste carte disseppellite a più di trent'anni dalla morte (in modo fortunoso, dopo che erano state per caso recuperate fra cartacce destinate alla discarica) costituiscono dei bellissimi, freschissimi incunaboli dello scrittore, di quello che sarà poi. Per un lettore di Fenoglio scorrere queste pagine mutile è un entusiasmante viaggio nel paese del riconoscimento. Per ogni dove personaggi, spunti, accenni brevissimi, spesso schegge, che saranno utilizzati nelle opere successive, e ampliati, e riscritti. Qualcosa non ritroveremo più, ma molto ritornerà nei "Ventitre giorni della città di Alba" (ci sono prelievi letterali) e in alcuni Racconti, molto nel "Partigiano Johnny". Qui c'è la loro stesura più immediatamente autobiografica: il protagonista è Beppe e non ancora, anglicamente, Milton o Johnny, i nomi sono quelli veri, dalla sorella Marisa al partigiano Moretto, il fucilatore. Siamo, è vero, nel cuore dell'officina giovanile di Fenoglio. Ma è un Fenoglio godibilissimo, tutt'altro che acerbo; il racconto già scorre senza soste con l'intensa tensione narrativa che conosciamo, rapido, asciutto. Sono pagine che hanno il profumo della giovinezza, la sua spontanea grazia. Non si tratta di avvii mediocri.
Tutt'altro. La cronaca è magari più dispersiva, ma nello stile già riconosci la zampata dello scrittore a venire: per esempio le prime tracce del forte neologizzare non affidato ancora, in via preliminare, all'inglese, come sarà poi nel Partigiano.

E già siamo fuori dal neorealismo: ci sono tessere dialettali e regionali, che però non sono mai macchia di colore paesano, specificazione locale o abbassamento della lingua, bensì già dialetto come forza letteraria ed evocazione.
Fenoglio qui come dopo, ancora fino al "Partigiano Johnny", ha sempre avuto col reale un rapporto non realistico, non mimetico; sono sempre state più forti, in lui, le ragioni della letteratura, nel senso che una delle componenti che caratterizza la sua scrittura molteplice è davvero la preminenza del discorso mentale e delle mediazioni letterarie su quello della immediata verosimiglianza descrittiva. Lo si vede dalla determinazione sua a foggiare la lingua in obbedienza alle ragioni letterarie piuttosto che a quelle dell'efficacia mimetica e della fedeltà rappresentativa; la tendenza, insomma, a istituire sempre un altro senso e un altro piano del discorso. Fenoglio è una sorta di scrittore che ha posto il diaframma della distanza tra il narrare di un presente, di avvenimenti "reali", e la lontananza, la separatezza, l'invenzione di una scrittura e di una rappresentazione assolutizzanti. Basterebbe pensare alla Malora, romanzo dove Fenoglio ci lascia numerose tracce ascrivibili alla cultura orale, dove ci dà una versione importante dei contenuti antropologici del mondo contadino. In questo romanzo Fenoglio propone un testo straordinario, totalmente intonato sulle cadenze della tradizione orale, in cui molti sono i modi propri della lingua parlata, dagli incisi che mimano la linea accidentata del parlato ai molti tratti informali: e nella "Malora", per questa via stilistica che è una scelta di un tono narrato secondo parlato, Fenoglio ci dà un testo di straordinaria omogeneità linguistica. Eppure la mimesi, nella Malora, raggiunge effetti non di naturalismo ma di arcaicità e di assolutezza: di arcaica semplicità ed essenzialità.

Parlavo della "Malora" come esempio di quel carattere della scrittura fenogliana che sempre pone, come fanno del resto gli scrittori grandi, un diaframma della distanza tra il "reale" e la sua rappresentazione. Ma per continuare la dimostrazione seguendo altre vie, basterebbe pensare (ma sempre si arriva allo stesso risultato) alle sue Langhe, al paesaggio. Vasto, immobile, pietrificato paesaggio primevo, che nel Partigiano gli appare «apocalitticamente ondoso», come dice. Sono onde di colline di un mare da tempi della creazione, solidificatesi d'incanto, come ad un cenno: colline lunari, desertiche, grandi dune vertiginose e possenti su cui l'umano fruscia silenziosamente e grandiosamente veleggia, sotto il grande vento superiore, in una dimensione esaltante, eroica. Colline non pettinate dai vigneti e feconde, ma luoghi dove la natura ha violenze primigenie, notti infernali, vortici di vento che fischiano: il vento-fiumana che incessante soffia, l'eterno vento collinare, il vento nero di notti totali, demoniache e sinistre.

Ma spesso anche il silenzio è una dominante, come nella Questione privata. In questo romanzo il privato silenzio della ricerca, il silenzio di una natura vuota, è rotto soltanto da rari segni umani, soltanto da qualche lontano guaito di cani. Ci sono uccelli che pigolano nella nebbia, rigagnoli sepolti in fondo alle valli, suoni di campane che non hanno eco; perché ogni suono ed ogni vuoto, anche nella Questione privata, non hanno valore naturalistico ma simbolico, sono segni, anch'essi, di difficoltà.

Natura e simbolo, natura e vicende umane sono intrinsecamente intrecciati nelle pagine di Fenoglio. Le vicende di guerra del Partigiano Johnny, con il perpetuo alternarsi di battaglie, di eventi rovinosi, di toghe vertiginose e di paci improvvise, trovano regolarmente il loro commento nell'alternarsi, sulle colline, di violenze e di paci sul/nel paesaggio, nella natura: flagelli di piogge e temporali, e silenzi improvvisi e stregati che preparano insidie, fatali eventi rovinosi. E ci sono pagine che rimandano a bibliche immagini del diluvio universale, come nel "Partigiano" 2, cap. VIII: «Il sole non brillò più, seguì un'era di diluvio. Cadde la più grande pioggia nella memoria di Johnny: una pioggia nata grossa e pesante, inesauribile, che infradiciò la terra, gonfiò il fiume a un volume pauroso ("la gente smise d'aver paura dei fascisti e prese ad aver paura del fiume") e macerò le stesse pietre della città». Caos e Eden si alternano anche sulla terra e nei cieli, che ora si torcono nella gestazione di temporali, ora si liberano in calmi laghi d'aria.

Altro carattere inimitabile, inarrivabile, della pagina di Fenoglio: la capacità di scrivere romanzi filmici e tutti d'azione, da "Una questione privata" a "Primavera di Bellezza" al "Partigiano Johnny". In particolare "Una questione privata" è interamente dominata dal movimento e dall'azione: in un suo recente lavoro in corso di stampa, Marinella Pregliasco ha puntualmente mostrato come tutto, in questo romanzo, sia apparizione e sparizione, narrazione filmica di avvenimenti con campo-controcampo, stacchi, tagli, piani dall'alto a zoomare in basso, su dettagli di uomini o di natura. Anche la lingua è una lingua filmata, tutta azione, in totale assenza di vibrazioni patetiche. In essa poco è concesso al piacere della descrizione, all'uso lirico; il paesaggio stesso, cui si dedicano rapidi eccezionali momenti, ha un carattere soltanto funzionale per l'azione, tanto è stilizzato, raccorciato al massimo. Così, nel "Partigiano", abbiamo la natura che commenta e che partecipa al pathos degli eventi, ma non è mai oggetto di meditazione a sé, di contemplazione individuale. Essa non vive a sé stante, con connotazioni sentimentali che un personaggio vi immette, come specchio d'anima; al contrario, si anima nella conflittualità tra gli elementi primi della costituzione fisica del mondo (acqua, aria, terra), che conferiscono a quell'epos partigiano un'inconfondibile forza primigenia. Sono indimenticabili quei cosmogonici caos d'acqua e di fango; quel vento animato, che ha mani poderose, un vento personificato; e il fiume che è belva, drago-mostro, che si rizza in piedi come un Dio del mito, o è manso come un agnello; e i paesi bruciati, col fumo che sale dai ciglioni come serpente, e torreggia in pilastri alteri; e Castino che brucia, ridotto a un atro tempio di deità infere. L'elemento naturale, descrittivo, trascende con una forza straordinaria la dimensione della mera descrizione cronachistica, per trasfigurarsi nel simbolo; la pioggia stessa è sempre castigo, pena celeste, flagello. Un'interpretazione morale e metafisica pervade il reale. Basterebbe leggere certe descrizioni della notte e del buio, con incubi spettrali (ricorderete: «La notte precipitava: sul paese era un inconsutile nero, ma sulla città rompevano quel velo slabbrate occhiaie e gorghi di luce spettrale»). O basterebbe pensare ai tramonti, alle ombre incombenti della sera: a quei tramonti che celano insidia, che sono come un naufragio del sole, il precipitare della notte e la perdita del giorno, lo sfarsi del creato nella notte. Oppure basterebbe pensare alle nebbie, alle brume e ai vapori di questo peculiare regno delle nebbie, come Fenoglio chiama le colline: la nebbia che inghiotte, annega e divora uomini e cose, quell'oceano di nebbia che così spesso invade le pagine del Partigiano o di Una questione privata. È una nebbia che convoglia sensi di agguato, di insidia e sepoltura («Svegliandosi, ebbe un'immediata, socchiusa sensazione di nevicata, ma poi vide la nebbia. Ma tale una nebbia quale aveva mai visto sulle più favorevoli colline: una nebbia universale, un oceano di latte frappato, che restringeva i confini del mondo a quelli dell'aia [...]. Là dove la nebbia era meno compatta, poteva a stento vedere i suoi piedi veleggiare sognosamente su un lontano mare di terra ed erbe gelate»).

Insomma, non finirei di elencare questa indicativa qualità di elementi primari ritornanti. Essi però ci mostrano anche un altro aspetto dello scrittore, il modo singolare di lavorare che aveva Fenoglio. Ho ricordato prima gli Appunti partigiani: ebbene, in essi ritroviamo pagina per pagina situazioni, figure, immagini, frasi, stilemi riutilizzati in seguito, secondo la ben nota maniera di lavorare di Fenoglio. Che economizza, che ama variare l'identico, riprendere nuclei già configurati, riscrivere e ampliare blocchi preordinati, come definiti per sempre. Carmencita degli "Appunti" è descritta con le identiche parole nel racconto "L'andata", il Raoul degli "Appunti" è ripreso ne "Gli inizi del partigiano Raoul", la fucilazione del repubblichino ritorna nel racconto "Il trucco" con alcuni episodi identici; e così la storia del vecchio Blister o Pinco, il gigantesco mitragliere che morirà nel "Partigiano".

Ritroveremo accanto a Nord, nel Partigiano, le stesse guardie del corpo che negli Appunti sono «magnificamente nutrite e muscolate», vestite con accessori tedeschi, «armigeri [...] ben pasciuti e prepotenti». Nel "Partigiano" avrà una più diffusa riscrittura l'episodio della maestrina che, negli Appunti, è «così brutta che anche i partigiani la lasciano in pace». E negli "Appunti" c'è già l'indimenticabile, solitaria Cascina della Langa, «così alta e sola che dietro non ha che il cielo», che «porta un'idea di tramontana e solitudine»: un luogo letterario che diverrà un grande tema, poi, del Partigiano. E negli Appunti c'è già la lupa del Partigiano, descritta quasi con le stesse parole (Appunti: «Nel buio pesto un anello corre vertiginosamente lungo un fil di ferro sospeso in aria. Ho tempo di fare un passo indietro, e una palla pelosa e fetente mi sfiora a volo»; Partigiano: «Sentì la rugginosa vibrazione del fildiferro, il veloce raschio sul ghiaccio e l'infuocato ansito, si scansò appena e lo sfiorò la palla di cannone villosa e latrante»). E negli Appunti ci sono già, anche se appena in accenno, le diciotto torri di fumo che si levano da Castino incendiato, le stesse che si stemperano con mutazioni, subito dopo, nel racconto Nella valle di San Benedetto, e che ribolliranno poi maestose nella riscrittura del Partigiano: «Diciotto torri di fumo, compatto, inscuotibile anche da vento forte, sorgevano dal paese di Castino facendone un atro tempio di deità infere», eccetera.

Fenoglio è come dato tutto da subito: non perché è subito grande, non perché riprende varia pota amplia gli stessi grumi e nuclei tematici, ma perché anche ideologicamente lo riconosciamo già impostato a tutto tondo, da subito. Penso alla visione antiretorica della Resistenza che dicevo, già tutta data negli Appunti: dove c'è il partigiano Riccio «armato di un moschetto da cavalleria», che «imbraccia male e lo tiene rugginoso perché se ne vergogna»; e Piccard che gira per le colline con «la testa mascherata da quel casco da volatore stratosferico»; e c'è l'episodio del partigiano Delio, che tira fuori cartine e trinciato: tutti gli volano addosso per la voglia di fumo, e finiscono col raccattare il tabacco per terra, «filo per filo, come le galline», con Nuvolari che fa la raccolta delle cicche; e c'è Catone, che continua a esibire i calzoni sforbiciati da una raffica («per gli strappi gli vedi i mutandoni d'un incredibile color viola»); e c'è l'episodio della pistolettata che scappa durante il passeggio in piazza al partigiano vanitoso, e il colpo finisce contro l'insegna dell'albergo.

Ma altre rilevantissime costanti della narrativa fenogliana qui stanno a germinare: la felicità del camminare («stacco il mio bel passo da campagna»); il grande vento-ostacolo che prende di petto, segnale di una dimensione esaltante ed eroica; la collina-mare («ondate di colline»); la nebbia come «lago di latte»; la notte che precipita («poi la notte calò come un coperchio»); i silenzi spettrali («Sia a destra che a sinistra, le cascine son molte sull'alture: ma non hanno lumi, non danno suono, come se in ognuna fosse capitata una disgrazia»), silenzi rotti dagli ululati premonitori dei cani («i selvaggi, incorruttibili cani delle colline»). Come sarà nel seguito, già qui, tra fughe ed agguati mozzafiato, predomina un mondo di soli guerrieri, che vagano tra colline e paesi. Essi sono attorniati, a tratti, da una folla anonima, ora muta ora inferocita, che sparisce dietro porte che sbatacchiano o imposte che si chiudono, oppure fa rapida comparsa in certi tipici affondi che, negli Appunti, già hanno la grazia di tante pagine del Partigiano («C'è un marmocchio, fuori, che gioca con la terra. Una donna s'avventa da una porta, lo abbranca per un braccio e lo ritira a volo, come un uccellino per un'ala»).

Quello di Fenoglio è stato un modo di lavorare singolare, uno scrivere per accrescimento o riduzione o variazione di blocchi preordinati, ritornanti, definiti per sempre, che sottolineano un'accensione particolare per la struttura e per la fattura dello stile. Ogni racconto, ogni pagina, ogni tema è come se fosse il ritaglio di un ciclo, un blocco riscritto e rimontato, una perenne variazione dell'identico. Fenoglio ha un senso grandioso e oggettivo dello scrivere, l'oggettività che sta nei movimenti e nei fatti che si susseguono scanditi e inesorabili, nell'avvenimento fatale o nel momento critico (agguato, fuga) che succede in modo istantaneo, si manifesta improvvisamente. Si pensi al finale di Una questione privata. C'è qui, come spesso nel Partigiano, un tendere verso una pace finale, con quella corsa che chiude il romanzo: Milton corre e corre, si fa angelo e cavallo insieme, alia nell'aria, galoppa sul selciato; poi l'ossessivo mondo dei suoni si allontana per sempre, tace, e Milton riconquista coscienza di sé, della «solitudine, del silenzio e della pace». È anche questa una dinamica costante: penso ai tanti silenzi che, nel Partigiano, ritornano dopo essere stati rotti dalle fucilerie. Sono come un Eden profanato da truppe nemiche all'assalto, con gli scoppi che violano l'immoto della notte: finché, dopo la fuga dal caos e dal rumore che lacera l'aria «sabbatica», dalla fucileria e dagli scoppi, il protagonista approda in «una sollevata distesa d'asfodeli», in boschi «silenti e incalpestati».

Ho detto prima che di tutto il Novecento, se ci sono dei classici destinati a restare, a durare, questo è certo Fenoglio. Uno dei massimi, che ci viene incontro già con un tratto grande, monumentale, perentorio come il suo modo di scrivere. Ha vissuto un momento straordinario, la Resistenza, lo ha visto, e a quello ha dato la parola. Una parola che ha sublimato la cronaca, l'ha liberata dalla casualità; e si è subito rivolta alle cose fondamentali, ai problemi estremi, ai nuclei essenziali: il destino, l'amore, il tradimento, la morte, la violenza, il bene, il male, la libertà, la pace. Fenoglio si è rivolto all'uomo di tutti i tempi, «perché» - ha scritto - «partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità»

LA NUOVA FORTUNA DI FENOGLIO
Prof. Dante Isella

Agli organizzatori di questo incontro, che mi avevano cortesemente invitato a prendere la parola, avevo risposto, non con un rifiuto, ma con un consenso condizionato. Su Fenoglio, come ha detto già Beccaria, si è lavorato molto in tempi abbastanza recenti; personalmente, dopo la mia edizione critica nella "Pléiade" di Einaudi, non sono più tornato sull'argomento: non avrei avuto dunque nulla, o assai poco, da dire. Mi sarei perciò riservato un margine esiguo per intervenire sulla base di quanto avrei sentito dire qui, dagli altri invitati, e di quello che al momento avrei ritenuto non inutile di comunicare ai miei ascoltatori. Gli anniversari, si sa, ubbidiscono a un calendario esteriore, sono ricorrenze celebrative che hanno più che altro un valore rituale. Talora, però, non mancano di motivazioni più forti.

I settantacinque anni dalla nascita di Fenoglio possono essere l'occasione per tentare un piccolo bilancio. Me ne offre lo spunto la soddisfazione che ho sentito esprimere da un antico compagno dello scrittore, Ugo Cerrato: che il nome di Fenoglio oggi corre più frequente, che i suoi libri sono molto più conosciuti, che le sue straordinarie storie partigiane sono sempre più lette e amate, specie dalle giovani generazioni. Un risultato, vorrei osservare, che arriva dopo tutta una serie di traversie; e proprio l'averle superate sta a indicare la forza del messaggio della sua opera. Abbiamo sentito dire come Fenoglio non abbia scritto un diario o una cronaca della guerra partigiana; la dimensione del suo narrare, che è quella di un grande narratore di razza, è una dimensione epica.

Ora, il riconoscimento critico di questo valore, e dei tratti stilistici in cui si è energicamente realizzato, sappiamo che è stato raggiunto attraverso difficoltà estreme. Ricordiamo quanto duro sia stato per lui già il farsi pubblicare i primi libri, ricordiamo i giudizi diversi a cui dovette sottoporsi, giudizi talora di ferita, come quando uscì La malora con il polemico risvolto firmato da Vittorini. Non si tratta di difficoltà scontate, riconducibili, nel caso specifico, alla distanza che separava un provinciale esordiente dai circoli intellettuali della capitale piemontese (e da una casa editrice, a cui, non fosse altro che per nascita, Fenoglio si sentiva naturalmente attirato); né tantomeno di un semplice contrasto di temperamenti e di nature diverse.
Nell'incontro-scontro con Vittorini quello che veniva alla luce era il contrasto di fondo tra il neorealismo di tutta una generazione, di cui Vittorini, insieme con Pavese, era l'affascinante maestro, e la posizione tutta personale di Fenoglio. Si pensi, per intenderci, al rapporto che Vittorini aveva istituito con la letteratura anglo-americana, introducendo da noi scrittori come Steinbeck, Saroyan o Caldwell, e alla diversa posizione di Fenoglio, a quel suo "inglese mentale" (come è stato ben definito) che non mirava affatto a rappresentare mimeticamente la realtà più comune, come la narrativa neorealistica; ma che è l'inglese di tante letture appassionate e solitarie dei grandi scrittori elisabettiani, Shakespeare e la poesia metafisica, da Marlowe a Coleridge, Hopkins ecc. Le letture di cui si nutre la sua straordinaria capacità di rappresentare il reale con una forte tensione lirica così da trasporlo, senza falsificarlo, in una dimensione più alta, per l'appunto metafisica. Era una distanza tale, quella tra Vittorini e Fenoglio, da comportare un'incomprensione di fondo, al punto da poter egli paradossalmente passare, agli occhi del primo, come uno scrittore sull'orlo di perdersi, dietro ai compiacimenti formali, in un attardato neoverghismo o neoverismo. Giudizio tanto ingiusto che neppure il riconoscimento resogli schiettamente da Calvino, d'aver saputo scrivere sulla guerra partigiana il libro che tutti della sua generazione avrebbero voluto scrivere, sarebbe riuscito a risarcire se non tardivamente.

Vittima, in tale senso, della situazione culturale dominante, Fenoglio sul piano strettamente editoriale non incontrò minore incomprensione da parte dell'editore milanese a cui si rivolse in seguito, con la mediazione di qualche amico, per una legittima reazione al dolore di quel giudizio, patito come un'offesa al suo orgoglio di scrittore. I rapporti con Livio Garzanti presto misero a nudo la sua incapacità di intuire il senso autentico dell'ardua sperimentazione attuata da Fenoglio nel grande libro che aveva in cantiere; il che non sarebbe stato senza qualche conseguenza indiretta sugli sviluppi successivi della sua scrittura, la quale dopo il romanzo lasciato incompiuto (ne residuerà l'inedito "Partigiano Johnny") si inoltrò definitivamente, già da "Primavera di bellezza", sui binari di una prosa diversa, piana, senza sussulti espressivi, sul modello dello stile di Calvino (non per nulla così convinto dell'eccellenza, sugli altri libri, di "Una questione privata").
Il secondo, grande ostacolo da poco rimosso sulla strada di una lettura migliore è stato per anni il punto di vista, fortemente ideologizzato, da cui si è guardata la guerra civile combattuta nel Nord Italia, l'interpretazione ufficiale della Resistenza, secondo rigidi parametri di parte e per opera di una storiografia dogmatica a cui la rappresentazione diretta, senza abbellimenti e senza diaframmi interessatamente deformanti, che ne dà Fenoglio, doveva riuscire del tutto inaccettabile. Ci sono voluti non pochi anni, prima che quelle pesanti ipoteche ideologiche cadessero con il muro di Berlino, e perché si arrivasse a riconoscere il valore della sua testimonianza altamente poetica e insieme veritiera.

Fenoglio, infine, è uno scrittore sostanzialmente "postumo". Pochissimi i libri da lui pubblicati in vita. E questo fatto si lega per certi aspetti al precedente. I "Racconti della guerra civile", per esempio, che dovevano segnare il suo esordio editoriale, non furono mai pubblicati. Già il titolo, che dichiarava la lotta partigiana una guerra civile, suonava a molti ostico, inaccettabile. Non la si voleva riconoscere come tale. Quei racconti furono poi recuperati, in parte, nei "Ventitre giorni della città di Alba", a cui seguirono "La malora" e "Primavera di bellezza". E basta. Già postumo, non governato direttamente dall'autore, è "Un giorno di fuoco", che al nucleo predisposto dall'autore dei "Racconti del parentado" ne aggiungeva alcuni altri, messi insieme dagli amici ed eredi.

Tutto il resto dell'opera di Fenoglio, alla sua morte, risultava inedito e richiedeva cure attente, non facili anche per gli addetti ai lavori. L'impresa di un'edizione critica di materiali così eccezionali prese l'avvio dalle discussioni nate subito dopo che Lorenzo Mondo, ricavandone il testo di incerto statuto dalle carte dell'autore, mise in circolazione nel 1968 quello che a tutti parve subito il capolavoro, da lui battezzato "Il partigiano Johnny". Ma quell'impresa, che ebbe il merito di far conoscere finalmente tutto il lascito letterario di Fenoglio, fu a sua volta, per come venne attuata, principio e causa di animatissime discussioni, filologiche e critiche. Non c'è dubbio che il vivace dibattito che ne seguì, fondato soprattutto (ma non solo) sulla tesi-base, sostenuta dagli uni e contestata dagli altri, che il "Partigiano Johnny" fosse, non il frutto della piena maturità dello scrittore, ma una sorta di cronaca scritta, a caldo, a guerra appena conclusa, finì per calamitare l'attenzione di un'agguerrita cerchia di studiosi: il che tornò a tutto profitto di un'acuta lettura di ogni particolare e di ogni piega del testo. È però altrettanto vero che quell'impostazione, che doveva rivelarsi via via sempre più debole, fino ad apparire manifestamente insostenibile, ha resistito vischiosamente per molto tempo; fors'anche troppo.

La verità, per emergere, ha richiesto anche qui tempi lunghi. Ma oggi pare finalmente giunto il momento favorevole a una lettura libera da ipoteche e remore di ogni genere; ed è questa, credo, la ragione della nuova fortuna di Fenoglio, prontamente avvertita da amici e lettori, che mi auguro possa crescere via via presso le leve più giovani.

La grandezza di uno scrittore è nella forza della sua parola. Perché solo agli scrittori e agli artisti è concesso un "privilegio", direi sacrale, che ne raccomanda il nome oltre il silenzio del tempo? È perché gli scrittori sanno parlare anche per quelli che non hanno parola; per tutti quelli che sentono, che vivono, che partecipano di eventi e sentimenti comuni ma che senza di loro non saprebbero esprimere il senso del loro vivere, la verità grande o piccola di cui ciascuno di noi è depositario: quella verità che può essere fraintesa, ostacolata, persino negata ma che alla fine viene a galla, come siamo qui a testimoniare oggi nel ricordo di Beppe Fenoglio.

BEPPE FENOGLIO 1992-1997: LA MOSTRA
Arturo Buccolo

Visitata da oltre seimila persone in poco più di un mese di apertura (15 marzo - 20 aprile 1997), la mostra bio-bibliografica Beppe Fenoglio 1922-1997, realizzata dalla Fondazione Ferrero in occasione del settantacinquesimo anniversario dalla nascita dello scrittore albese, è stata per molti, in particolare per le giovani generazioni, un'occasione pressoché unica - era la prima volta che gli scritti fenogliani venivano esposti in pubblico - per conoscere un personaggio non facile, spesso sfuggente, spesso imbalsamato dalla strumentalizzazione di certa critica.

Un'occasione, dunque, per ripercorrere la sua originale albesità, per metterne in risalto aspetti meno noti o addirittura inediti.
La struttura della mostra (curata nella ricerca dei testi e dei materiali da Arturo Buccolo, nell'allestimento da Marco Poncellini) ha visto, distribuite sui tre piani della sede albese della Fondazione, lo sviluppo e la successione di diverse sezioni:

- L'opera, le edizioni italiane (opere pubblicate in vita e opere postume). Questa sezione comprendeva le prime edizioni, le opere complete, le traduzioni compiute da Fenoglio, gli articoli apparsi su rivista, e tutte le ristampe Einaudi, Garzanti e Mondadori (ma non solo).

- Le immagini. Questa parte affiancava alle ormai storiche immagini dell'amico-fotografo Aldo Agnelli alcuni ritratti inediti e alcuni filmati in bianco e nero degli anni Cinquanta.

- L'opera, le edizioni straniere. La sezione testimoniava la fortuna dello scrittore albese oltre confine, in particolare in Francia e in Germania, ma anche in Spagna, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, nei paesi del Nord, dell'Est e dell'America Latina.

- L'uomo, le letture. Questa sezione ha visto invece esporre per la prima volta parte della biblioteca di Fenoglio, comprendente, oltre ad alcuni classici della letteratura anglosassone (Shakespeare, Bronte, Eliot, Orwell, Lee Masters, Donne, Browning, Keats, Milton, Byron, Melville, Swift, Blake), il suo dizionario di inglese e un'antologia del Liceo.

- L'uomo, la scrittura. È la parte centrale della mostra, che ha presentato quaderni di appunti, manoscritti, dattiloscritti (ricordiamo tra gli altri quello del racconto Un giorno di fuoco) affiancati da immagini e documenti originali, da ritagli di giornale, e dall'ultima macchina per scrivere di Fenoglio, una Olivetti Studio 44 di colore azzurro.

- I luoghi geografico-letterari, che erano rintracciabili in un plastico e in una serie di cartine militari.

Una cronologia e le testimonianze di scrittori e di uomini di cultura, hanno introdotto la parte conclusiva del progetto, dedicata a tutto quanto è stato scritto "Su Fenoglio" (critica, ricerca, arte, costume). La saggistica, certamente, ma anche materiale relativo a spettacoli teatrali, film, sceneggiati televisivi, convegni e, ultimo in ordine di tempo, l'omaggio del gruppo musicale Consorzio Suonatori Indipendenti, che nel suo lavoro Linea Gotica ha inserito alcuni brani dei Ventitre giorni della città di Alba e che nell'ottobre 1996, nella chiesa albese di San Domenico, ha realizzato con grande successo, per la regia di Guido Chiesa, una serata dedicata allo scrittore, ora diventata video.

Un segno, questo, che Fenoglio può e deve essere lo scrittore delle nuove generazioni, uno scrittore apparentemente contraddittorio ma fondamentalmente integro, portatore di un pensiero forte che negli ultimi vent'anni sembra essere, comunque, venuto a mancare.