PINOT GALLIZIO
L'uomo, l'artista e la città.
1902-1964

Questo numero di "Momenti" si propone come catalogo della mostra "Pinot Gallizio. L'uomo, l'artista e la città" 1902-1964, allestita alla Fondazione Ferrero nell'autunno del 2000. Si tratta di un album documentario che accompagna il lettore nella conoscenza dell'uomo e dell'artista Pinot Gallizio, mettendo a fuoco la sua affascinante vicenda umana con l'ausilio di documenti e fotografie d'epoca. Vi compaiono poi diverse opere che rappresentano le varie fasi della ricerca dell'artista.

A commento delle immagini, scorre un testo che pone in rilievo i momenti e i personaggi salienti dell'esperienza artistica di Gallizio, e il coinvolgimento che la città di Alba ha avuto nella vicenda del Laboratorio sperimentale e dell'Internazionale situazionista.


 

Pinot Gallizio: la sfida dell'alchimista

 
Forse Pinot Gallizio non avrebbe amato gli anni in cui viviamo, anni in cui l'arte, ormai fattasi totalmente mercato, poco possiede delle spinte ideali che, alla fine degli anni Cinquanta, lo portarono, in Alba, a cercare nell'agire artistico un agire politico avente come scopo, ma non solo, un ipotetico scardinamento del sistema.

Erano certamente anni diversi, anni lontani da questa società dello spettacolo che tutto esalta e tutto distrugge, banalizzando e fagocitando anche l'azione rivoluzionaria più estrema.

 Anni diversi, dicevamo, figli di una lotta resistenziale che nelle Langhe aveva coinvolto gli spiriti migliori, gli stessi che, nell'immediato dopoguerra e fino agli anni del boom economico, furono protagonisti, in quella che fino ad allora era stata una tranquilla cittadina di provincia, di un insolito quanto originale fenomeno culturale.
Il tutto si svolgeva - e non è soltanto leggenda - in appassionate ed estenuanti discussioni fatte di scontri dialettici, di analisi politiche ed estetiche, tra sferisteri, sale da biliardo, caffe, circoli, e vedeva in prima fila personaggi come i filosofi Chiodi e Bussi, lo scrittore Fenoglio e, appunto, gli intellettuali - pittori, scultori, architetti, ma anche, e soprattutto, teorici - gravitanti intorno alla figura di Gallizio.

Fiori notturni, 1955

Il mazzo di Peggy, 1956

Uomo dalla personalità complessa e contraddittoria, Pinot Gallizio rappresentava, diversamente dalle altre presenze autoctone, l'artista capace di passioni rapide e violente. Partito da studi di farmacia ed erboristeria (che gli avevano garantito e gli garantivano, peraltro, il sostentamento), si era avvicinato, nel giro di pochi anni, alla cultura popolare, all'antropologia, all'etnografia. Si era occupato di archeologia portando alla luce, nella periferia della città, importanti reperti neolitici, si era dedicato ai nomadi transitanti nel territorio albese facendosene paladino e attento cultore.


Passioni del tutto marginali, a questo punto, si rivelavano l'insegnamento alla Scuola enologica, la politica, il calcio e il pallone elastico, destinati a far da cornice (ma neppure poi troppo, vista l'irruenza del personaggio) a un progetto globale di ben più vasto respiro.

Stando così le cose, Gallizio sembrava quindi predestinato a un incontro con l'arte e con le sue frange - all'epoca - più estreme. Così accadde, ma ciò non venne utilizzato per fuggire da una provincia simile a tante altre, bensì per innescare al suo interno un processo inverso.

Come gli albesi vedessero gli squattrinati artisti italiani e stranieri che per lunghi periodi scelsero Alba e le Langhe come residenza e come centro di produzione, lo possiamo immaginare: si trattava di gente eccentrica, senza un'occupazione stabile, che si pagava vitto e alloggio con le proprie tele e con i propri schizzi, degna compagnia di un personaggio che, da sempre, si era distinto per bizzarria e spregiudicatezza. La convivenza, tuttavia, sembrò funzionare e le Langhe si trasformarono così in un luogo ideale per agire e per realizzare un progetto comune.

La lanterna spenta, 1961

È il 29 settembre 1955 quando il danese Asger Jorn, Piero Simondo e Pinot Gallizio fondano ad Alba il Laboratorio sperimentale del Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, "officina" e luogo di discussione, abitazione comune e centro propulsore di provocazioni culturali e politiche: con questo entrano in contatto, in modi e tempi alterni, per mostre, incontri e convegni, artisti come Enrico Baj, Ettore Sottsass Jr., Lucio Fontana, Karel Appel, l'urbanista Constant, lo scultore Franco Garelli, il ceramista Tullio d'Albisola, il musicista Walter Olmo, teorici come il lettrista Gil Wolman e il situazionista Guy Debord.


La sbornia a Verduno, 1960
Senza titolo, 1962


La "pittura industriale" (rotoli dipinti in estrema libertà, con colore "sparato" sulla tela, "frustato", esposto all'azione di pioggia, sole e vento), la Caverna dell'antimateria (ambiente pittorico visivo, olfattivo e musicale), la pitrura in collisione (copertura totale di quadri altrui), i cicli La Gibigianna, La storia di Ipotenusa e Le notti di cristallo, i quadrisculture rigorosamente neri realizzati poco prima della scomparsa diventano quindi le tappe

di un percorso logico ma ogni volta spiazzante che ha trasformato Gallizio, dalla fine degli anni Sessanta a oggi, in un personaggio di portata europea, con rassegne e mostre personali che hanno toccato musei e gallerie di Parigi, Amsterdam, Londra, Venezia (XXXII Biennale), Vienna, Monaco, Copenhagen. "L'uomo di Alba", ora chimico, ora farmacista ed erborista, archeologo e consigliere comunale, spirito romantico pronto ad affrontare la vita in ogni sua sfumatura, meglio di ogni altro, quindi, può rappresentare la vocazione delle Langhe alla sfida, simbolo di un'epoca particolarmente vivace per Alba in campo culturale e di un fare arte che ancora oggi, a oltre trent'anni dalla scomparsa, può rivelare aspetti sconosciuti e di grande fascino.

Arturo Buccolo

 

L'ansa dei pesci dolci, 1963



 

Album Gallizio
a cura di Giorgina Bertolino, Francesca Comisso, Liliana Dematteis, Maria Teresa Roberto

 

Quella che segue è una biografia per immagini di Pinot Gallizio, realizzata attraverso la raccolta, la selezione e la messa in sequenza di fotografie e documenti conservati in parte nell'Archivio Gallizio di Alba, in parte nel fondo donato dalla famiglia alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino.

La ricchezza di questi materiali - alcuni dei quali inediti - consente di seguire con continuità il percorso umano e artistico di Gallizio. Ma al tempo stesso essa permette di ricostruire fasi diverse della vita economica e sociale di Alba in un arco cronologico storicamente rilevante quale quello compreso tra la fine degli anni Venti e la metà degli anni Sessanta, oltre che di esaminare un capitolo significativo della vicenda artistica europea tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

Ampio è il ventaglio di temi che questo album fotografico affronta: la valorizzazione delle tradizioni culturali locali negli anni Trenta, la Resistenza, il dibattito politico e le questioni amministrative affrontati in seno al Consiglio comunale, il teatro, le attività sportive, l'esplorazione archeologica del territorio e la costituzione delle collezioni del Museo Storico-Archeologico di Alba, l'enologia, la questione degli zingari, il primo Congresso mondiale degli artisti liberi tenutosi ad Alba nel 1956, la fondazione dell'Internazionale situazionista e l'intero arco della vicenda artistica di Gallizio. Questi diversi capitoli sono illustrati in mostra anche con opere, oggetti e documenti provenienti da raccolte pubbliche e private.

In Gallizio le esperienze e le competenze professionali (egli fu farmacista, chimico, erborista, ricercatore e produttore di aromi ed essenze, insegnante di enologia) si sono sempre combinate alle passioni e curiosità culturali, estese dall'archeologia alla fisica dell'antimateria, e la sua esperienza artistica è stata, pur nella sua brevità, tanto ricca e convincente proprio perché in essa sono confluiti interessi e competenze molteplici, che gli incontri determinanti con Asger Jorn e Guy Debord e con critici quali Michel Tapié e Carla Lonzi non hanno fatto che stimolare e rendere attivi nella pittura.

È dunque al Gallizio pittore che questo racconto per immagini vuole rendere omaggio, facendo emergere non soltanto l'unicità, ma innanzitutto la stratificata ricchezza della sua personalità, al tempo stesso internazionale e profondamente radicata nel luogo d'origine.

Giuseppe Gallizio (ma per turti è stato sempre Pinot) nasce ad Alba il 12 febbraio 1902.
I genitori Innocente e Teresa Chiarlone scelgono per la sua istruzione il Collegio San Giuseppe di Torino, che frequenta dall'età di dieci anni e presso il quale consegue un diploma tecnico. Si iscrive poi alla Facoltà di Chimica e Farmacia, laureandosi nel novembre del 1924 e iniziando a lavorare, dopo la parentesi romana del servizio militare presso una compagnia di sanità, nella Farmacia Bosio di via Garibaldi a Torino.
Conosce così Augusta Rivabella, che sposa nel 1933, dopo aver aperto la Farmacia Gallizio in via Cavour ad Alba. Nel 1935 nasce il figlio Giorgio.

A partire dagli anni Trenta, in parallelo alle sue attività professionali, mette a fuoco e coltiva alcune passioni legate al territorio albese, alle sue tradizioni storiche, produttive e culturali, alla sua socialità: la pesca nelle acque del Tanaro, sulle cui rive fa costruire un villino in stile razionalista scherzosamente chiamato "Insulina", l'archeologia, il ripristino del Palio degli asini, le iniziative del Circolo sociale e dell'Unione sportiva.

Altra passione è il teatro, frequentato ma anche praticato in una filodrammatica e, insieme ad Augusta, in una serie di recite al Circolo sociale.
Nel luglio 1940 è richiamato alle armi nel ruolo di ufficiale farmacista e presta per breve tempo servizio presso l'Ospedale militare di Savigliano. L'anno successivo chiude la farmacia di Alba, e nel febbraio del 1944 entra a far parte delle formazioni partigiane della Divisione Alpi.



Partecipa alla lotta di liberazione con il nome di battaglia di Gin, divenendo membro del CLN Langhe.

Di quell'esperienza rimane un ricordo nei testi dei due canti Fiore di Langa e All'erta partigian!..., pubblicati con la dizione "Parole di Gin. Musica del professor Raimondo", ma anche nelle linee guida della sua attività politica nel dopoguerra.

Il 12 maggio 1945 entra a far parte della Consulta comunale nominata dal CLN. L'anno successivo è eletto consigliere comunale di Alba come indipendente nelle liste della DC.



Ben presto in rotta con i colleghi della maggioranza, nel febbraio 1947 si dimette dalla carica di assessore e passa all'opposizione. Viene rieletto nel 1951 in una lista mista PCI-PSI, e nel 1956, sempre come indipendente, nella lista Rinascita, concludendo il suo mandato nel settembre del 1960.

A metà degli anni Cinquanta, per protestare contro un annunciato comizio missino, inscena in piazza Savona l'inquietante ritorno degli occupanti tedeschi.


L'interesse per l'archeologia risale agli anni dell'adolescenza, quando eredita la biblioteca dell'ingegnere minerario Giovan Battista Traverso, che allo scadere del XIX secolo aveva individuato importanti reperti neolitici in una cava di argilla posta a sud-st dell'abitato di Alba. Negli anni Quaranta Pinot è il primo a riprendere quelle ricerche, estendendole ad altre parti della città (in particolare al Borgo Moretta) e riportando alla luce accette, scalpelli, nuclei di ossidiana e frammenti ceramici in grado di confermare nel loro insieme la continuità dell'insediamento umano ad Alba a partire dal neolitico antico. Questi reperti vengono donati da Gallizio al locale Museo Storico-Archeologico Federico Eusebio, che nel 1953 celebra il centenario della nascita del suo fondatore, e dalla famiglia nel 1965 al Museo di Antichità di Torino.


In occasione del Convegno agrario regionale che si tiene ad Alba nell'ottobre 1945 Gallizio interviene con una relazione intitolata "Piante medicinali - essenziere - aromatiche". Già prima della guerra aveva studiato nelle colline della Langa la viticoltura e le proprietà delle erbe officinali. Nell'anno scolastico 1945-46 attiva, presso la Scuola enologica di Alba di cui è uno degli amministratori, un corso di aromateria ed erboristeria enologica.

Insegna poi queste materie non solo presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Torino, ma anche, con quella che l'Ispettorato provinciale dell'agricoltura definisce una cattedra ambulante, nelle campagne albesi. Prosegue sino alla morte l'attività didattica presso l'Istituto agrario, giovandosi di un Laboratorio sperimentale per le piante usate in enologia fondato nel 1946, antesignano, almeno dal punto di vista lessicale, dell'altro e più celebre Laboratorio sperimentale che egli avrebbe contribuito a creare di lì a dieci anni.

In più occasioni, in qualità di consigliere comunale, interviene in favore del diritto degli zingari a circolare e soggiornare liberamente nel territorio albese. Numerose fotografie lo ritraggono nel loro accampamento ai margini della città, impegnato in arringhe in difesa dei loro diritti, testimone attento e personalmente coinvolto della dignità della vita nomade, come attesta lo scatto in cui indossa con fierezza i tradizionali orecchini a pendente.


Nel 1952 conosce il giovane pittore torinese Piero Simondo che, stabilitosi ad Alba, lo accompagna nella scoperta dell'arte moderna e nella pratica della pittura.


Nel laboratorio della "chimica vegetale" di Gallizio, che nei locali di un antico refettorio conventuale produce caramelle, amari, peci e trementine, nascono i primi diipinti polimaterici realizzati con resine naturali e sintetiche e caratterizzati da presenze zoomorfe liberamente reinventate.
Intanto, al piano superiore, la biblioteca di casa Gallizio viene riambientata e decorata da Simondo. In occasione della Fiera del tartufo del 1954 espongono ad Alba i ceramisti Antonio Siri, Gigi Caldanzano e Leandro Sciutto, che invitano Gallizio e Simondo ad Albisola l'estate successiva. Qui i due espongono insieme al Ristorante Lalla e incontrano numerosi artisti, tra cui Farfa e Lucio Fontana, che invitano a illustrare i manifesti per la Fiera del tartufo di Alba dell'ottobre 1955.


Ad Albisola nell'agosto 1955 avviene l'incontro con il pittore danese Asger Jorn. È, come Gallizio scrive nel diario, "la svolta decisiva nella libertà di ricerca". Animatore tra il 1948 e il 1951 delle attività del Gruppo Cobra, Jorn aveva fondato due anni prima in Svizzera il Mouvement international pour une Bauhaus imaginiste (MIBI), in polemica con la rinascita della Bauhaus proposta da Max Bill a Ulm in chiave di design industriale.

In settembre Jorn raggiunge ad Alba Simondo e Gallizio, al quale lo lega la comune passione per l'archeologia, e i tre sottoscrivono l'atto di fondazione del primo Laboratorio di esperienze immaginiste. Tra il 2 e il 9 settembre 1956 il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista convoca ad Alba il primo Congresso mondiale degli artisti liberi, dedicato al tema "Le arti libere e le attività industriali" e accompagnato dall'uscita della rivista "Eristica", progettata e composta ad Alba da Simondo, Gallizio, Jorn ed Elena Verrone. Il progetto di Jorn è quello di favorire il confronto tra le posizioni del MIBI e quelle dell'Internazionale lettrista di Guy Debord e Gil Wolman, del gruppo dei pittori nucleari milanesi - ma Enrico Baj viene espulso dal congresso - e di architetti quali Ettore Sottsass Jr. e Constant, esponente olandese del disciolto Gruppo Cobra. Vengono invitati anche gli artisti cocoslovacchi Pravcslav Rada e Jan Kotik, che Jorn aveva anni prima cercato di coinvolgere nelle attività di Cobra.

 

Il programma del congresso prevede l'altemarsi di interventi teorici nella sala del Consiglio comunale e di esperienze artistiche comuni nella sede del Laboratorio, e si conclude, dopo molti incontri conviviali tra cui quello ufficiale offerto da Giovanni Ferrero, con un appello al principio dell'urbanesimo unitario sul versante teorico, con una mostra retrospettiva di ceramiche futuriste e con l'esposizione delle opere realizzate nel Laboratorio sperimentale su quello creativo. Al Politeama Corino campeggia al di sopra dei dipinti lo striscione di Wolman, "Toutes les toiles sont garanties coton pur".




Nel luglio 1957 la Conferenza di Cosio d'Arroscia (Imperia) registra l'unificazione del Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista (Jorn, Gallizio, Simondo, Elena Verrone e il musicista Walter Olmo) e dell'Internazionale lettrista (Debord e sua moglie Michèle Bernstein) nell'Internazionale situazionista (IS), cui si aggrega anche il Comitato psicogeografico di Londra rappresentato da Ralph Rumney.

La piattaforma teorica è costituita dal Rapport sur la construction des situations che Debord aveva pubblicato a Parigi alcuni mesi prima e che sarebbe stato tradotto in italiano l'anno successivo, con una presentazione di Gallizio.

Le parole d'ordine con cui si conclude il testo di Debord sono quelle dell'urbanesirno unitario, del comportamento sperimentale, della costruzione di ambienti, e già nei mesi successivi si consuma, intorno all'interpretazione di questi temi, la rottura con Simondo, Verrone, Olmo. Unici esponenti della sezione italiana dell'IS rimangono Pinot e Giorgio Gallizio, alias Giors Melanotte.

Quando partecipa al Congresso di Alba, nell'autunno del 1956, l'architetto olandese Constant è impegnato nei primi passi di una ricerca urbanistica antifunzionalista, incentrata sui valori del gioco, della flessibilità, del nomadismo.

L'incontro con Gallizio e con il suo interesse per il mondo degli zingari lo convincono a prolungare il soggiorno ad Alba e, per il terreno sulle rive del Tanaro che Gallizio usa mettere a disposizione degli zingari per il loro accampamento, Constant progetta una struttura aperta, finalizzata a proporre un libero schema di insediamento per una comunità nomade. All'insieme di disegni e maquettes in acciaio e plexiglas attraverso cui quel progetto andava prendendo forma egli avrebbe dato di lì a poco il nome di New Babylon, punto di riferimento imprescindibile nel dibattito situazionista sull'urbanesimo unitario.


Tra il 1957 e il 1959 Gallizio sviluppa le ricerche materiche e tecniche che avevano caratterizzato la sua pittura negli anni precedenti, in particolare durante la realizzazione dei monotipi con l'uso di matrici in vetro.

Egli inizia ora a servirsi di lunghe porzioni di tela, facendole scorrere su lastre di vetro dipinte e ottenendo, grazie anche a interventi diretti di imprimitura e di sovrapposizione di colori a olio e resine, rotoli di "pittura industriale" lunghi decine di metri, che vengono poi fatti essiccare grazie a un apposito macchinario.


La pittura industriale è esposta per la prima volta nel maggio del 1958 alla Galleria Notizie di Torino, diretta da Luciano Pistoi, i cui spazi vengono occupati in modo inedito dall'accumularsi e dallo svolgersi dei rotoli, mentre una modella indossa un abito costituito da drappeggi di tela dipinta.

In riferimento alla negazione situazionista dell'arte in quanto campo espressivo separato e autonomo, i rotoli possono essere tagliati e venduti al metro, e in catalogo Michèle Bernstein analizza nel suo Eloge de Pinot Gallizio il progetto inflazionistico che questa pratica porta con sé.

Nei mesi successivi la pittura industriale viene esposta con pari successo alla Galleria Montenapoleone di Milano, e nel 1959 Gallizio pubblica il
Discorso-manifesto sulla pittura industriale e su un'arte unitaria applicabile.


Mentre Gallizio espone la pittura industriale alla Galleria Van de Loo di Monaco di Baviera, la città ospita, nell'aprile del 1959, la terza Conferenza dell'IS. A fare da ospiti sono i pittori del gruppo Spur, con cui Gallizio realizza alcune opere collettive, e che a fine novembre si recano in visita al Laboratorio di Alba. Viene scritto e diffuso in questa occasione il volantino Difendiamo la libertà, un attacco al pittore spagnolo Modesto Cruixard, vincitore di un premio alla Biennale di San Paolo del Brasile, che aveva denunciato agli organi di polizia le posizioni politiche dissidenti degli artisti suoi connazionali Antonio Saura e Antoni Tàpies.


Nel gennaio 1958 si svolge a Parigi la seconda Conferenza dell'IS. In quell'occasione Debord presenta Gallizio a René Drouin, che nel maggio 1959 ospita nella sua galleria di rue Visconti la Caverna dell'antimateria. Si tratta del punto di arrivo di un progetto dalla lunga gestazione, realizzato in collaborazione con il figlio Giorgio e discusso in frequenti scambi epistolari con Debord, Jorn, Drouin. Nel Laboratorio di Alba vengono dipinti a olio e resina i 145 metri di tela destinati a rivestire con pittura industriale d'ambiente le pareti della galleria e a porsi in relazione con elementi olfattivi e sonori.


Gli interessi scientifici e antropologici del pittore si saldano al principio situazionista del superamento della dimensione chiusa e autosufficiente dell'opera: "... il muro di destra, il muro di sinistra e il fondo della galleria - come specifica l'autote nel cartoncino di invito - rappresentano le reazioni che avvengono tra l'antimateria, sul soffitto, e la materia, al suolo.


 

Queste forze si incontrano e si fondono in una 'realtà provvisoria', rappresentata da una modella vestita di tela dipinta". La Caverna, che viene visitata tra gli altri anche dal poeta Jacques Prévert, rappresenta per Gallizio un momento di tensione insuperata nell'esplorazione delle possibilità e dei limiti del linguaggio pittorico e nell'adesione ai principi teorici dell'IS.



Nei mesi successivi alla mostra da Drouin inizia il distanziamento di Debord dai progetti e dalle realizzazioni del pittore di Alba, che riceve invece all'inizio del 1960 la visita del direttore dello Stedelijk Museum di Amsterdam, Wilhem Sandberg, e dell'industriale e collezionista Paolo Marinotti.



Mentre il distacco dall'IS è accompagnato dalla pubblicazione presso le Editionsd'Alexandrie di una monografia dedicata a Gallizio, con testi di Michèle Bernstein e Asger Jorn, l'artista affronta due occasioni espositive di rilievo internazionale: la personale allo Stedelijk di Amsterdam e la partecipazione alla mostra Dalla natura all'arte, organizzata a Venezia a Palazzo Grassi da Marinotti.

Dopo l'allontanamento dall'IS la Galleria Notizie di Torino - con gli artisti, i collezionisti e i critici che la frequentano abitualmente - diviene per Gallizio un punto di riferimento non solo espositivo. Il suo direttore Luciano Pistoi promuove la pubblicazione di una seconda monografia, con un testo di Sandberg e con le pagine di Maurizio Corgnati dedicate all'"uomo di Alba".


Gallizio sta dando voce, nella sua pittura, a una vocazione favolistica e narrativa che si esplica nei cicli La Gibigianna e La storia di Ipotenusa, analizzati da vicino dai critici Renzo Guasco e Carla Lonzi. Pinot riceve spesso le loro visite ad Alba, così come quelle di Corgnati e Milva, e frequenta intanto Karel Appel, Piero Fedeli e, nuovamente, Asger Jorn. Questi lo mette in relazione con il gallerista danese Birch, che nel 1961 lo invita per una personale a Copenhagen; Gallizio, come recita il titolo del catalogo, si reca così per la prima volta nel "paese dei vichinghi".

Il confronto con la critica avviene per Gallizio, a partire dal 1960, in primo luogo attraverso il rapporto privilegiato con Carla Lonzi, registrato da un fitto epistolario e dai testi che accompagnano diverse mostre personali e collettive, tra cui quelle da lei realizzate in collaborazione con Michel Tapié e con l'International Center of Aesthetic Research di Torino.

Sia il ciclo delle quattro "Notti di cristallo" del 1962, tele di grandi dimensioni in cui Gallizio ricerca una nuova libertà di gesto e di azione pittorica, sia le serie "Oggetti e spazi per un mondo peggiore" e "Fabbriche del vento" del 1963, con segni a spirale che acquisiscono una densità cromatica inedita, sono al centro di un dialogo continuo tra l'artista e il critico, di cui resta traccia nel documentario girato ad Alba dalla Lonzi per la RAI nel 1963.


 
Pinot Gallizio muore improvvisamente nel suo studio la notte del 13 febbraio 1964, e la sala che la Biennale di Venezia gli aveva riservato per l'edizione di quell'anno assume il significato di un omaggio postumo.


Le fotografie scattate tra le ombre dello studio vuoto fissano l'immagine delle ultime opere, gli assemblaggi monocromi dei Neri e l'Anticamera della morte, un grande mobile, dipinto anch'esso di nero, che raccoglie e cataloga oggetti, reperti e ricordi di un'intera esistenza.