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Pensare a Pinot Gallizio ...
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Pensare a Pinot Gallizio e ad Alba equivale per me a pensare a un momento
che è stato, negli anni, mitico - e quando dico mitico intendo
anche con quel mito che uno gli presta, che uno presta ad alcune cose,
ad alcuni momenti che potrebbero benissimo diventare pura cronaca, puro
racconto e che invece si vuole che restino, in qualche modo, più
che indistinti comunque aurati dalla mancanza di alcuni dati. Io per anni
sono stato a Genova, quindi vicino ad Albisola, e invece tardissimo, dopo
aver girato tutta la Liguria, prima a piedi, poi in moto, tardissimo mi
ci sono fermato. E ad Alba sono passato solo una volta, sempre con una
specie di ritrosia - come la paura di andare davvero la prima volta a
New York, di andare davvero in posti che già si sono amati e conosciuti,
per paura di morirli un po andandoci. |
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La Grande Peur |
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La genialità di Gallizio mi appariva evidente nel ritorno delliimnagine
di quello che avevo sempre letto, visto, intravisto, visto in fotografia
della sua opera, la pittura a metri, la pittura in rotoli. Più
ancora di unidea democratica - democratica e infine dissolvitrice
dellidea di galleria, di arte per alcuni,
per pochi - questidea in qualche modo del museo tapis-roulant è
letteralmente larte che si svolge come una sorta di film, di lunga
pellicola di cui ognuno prende un pezzetto anche fisicamente, cosa che
con il cinema forse da un centinaio danni avviene già da
sé, anche se in forme industriali, con un rituale particolare quindi
di nuovo con unevidenza spettacolare, o un segreto spettacolare
diverso, diversissimo da questo gesto semplice della pittura a rotoli.
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Una mannequin vestita di pittura industriale |
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La pittura industriale era proprio unidea di non-interruzione e poi invece di montaggio in qualche modo casuale. Montaggio che era uno smontaggio, perché ovviamente un pezzo di questa cosa sarebbe andato di qua, un pezzo di là, perso proprio come una serie di reliquie disperse senza più intero, ma nello stesso tempo come se lintero fosse lunica cosa che mal sarebbe stata più vista e che quindi sarebbe rimasta come nostalgia o al contrario (ma è esattamente la stessa cosa) come se solo il fatto di disperdersi permettesse il pensarsi di un intero; anche perché il rotolo, finché è chiuso non è visibile, oppure è visibile da lontanissimo, dallocchio di un gigante, o da lontano se steso forse su una collina, in unulteriore performance. Allora questo rotolo, chiuso o aperto che sia, spezzettato poi sforbiciato, tagliato, dato in giro, venduto o regalato a pezzi, mi riproponeva la stessa scissione che provo di fronte a quasi tutti i film su un artista - sullopera di un artista, sullartista allopera - e poi in generale su questo dover/voler tagliare e montare: naturalmente per proporre più voci, per rendere più completo il lavoro, il quadro, il ritratto. Il dover continuamente tagliare, sforbiciare, è cosa che trovo ancora più terribile, in un certo senso, in un film che non fa questa operazione in quanto ipoteticamente obbligato dalle necessità di una finzione di una sceneggiatura, ma la costruisce proprio come una scultura, per tagli successivi, per sottrazioni successive, cercando come qui di costruire un discorso con una serie di nessi, con scarti, con salti ma poi con recuperi, e tra una voce, unassonanza, una parola e unaltra. |
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| ENRICO GHEZZI | ||||||||||
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