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Il secondo numero di "Momenti" vuole essere una breve
introduzione alla mostra "Le Langhe e i loro pittori. Da
Cabutti a Pinot Gallizio e oltre", allestita dalla
Fondazione Ferrero nella sua sede albrese e aperta al
pubblico dal 3 ottobre al 15 novembre 1998.
La rassegna, curata da Angelo Dragone, si propone come un
accurato scandaglio del mondo delle arti figurative: ambito
culturale in cui Alba e le Langhe appaiono come un luogo
assai significativo della cultura del nostro secolo. Queste
terre sono state raffigurate con grande efficacia da
numerosi artisti di rilievo, in particolare nel periodo che
va dalla fine dell'Ottocento agli anni a noi più
vicini.
La mostra della Fondazione propone un quadro ampio e
articolati di questo periodo, con più di sessanta
artisti e con circa centoventi opere di pittura e di
grafica.
Attraverso le figure più significative di tale
panorama (valgano per tutti Francesco Menzio, Enrico
Paulucci e Pinot Gallizio), anche questo versante di
indagine conferma i legami di Alba e delle Langhe con la
cultura europea più avanzata.
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RITORNO IN LANGA
di Angelo Dragone
V'era una storia di Langhe
e di pittori ch'era tutta da raccontare sullo sfondo di un
territorio in cui, mentre l'agricoltura stessa diventava
industria, a colpire era sempre quella sua unica,
stupefacente, bellezza: in un tutto davvero godibile di
Natura e Cultura, e tanto più attraverso
un'interpretazione artistica che vi si è modulata
attraverso intere generazioni.
Qui persino i sassi che
s'incontrano lungo i millenari, scoscesi tracciati aperti
dai torrenti nel loro scendere a valle, non a caso
acquistano forme come di scultura: e non sono che ludus
naturae. Tutto, d'altra parte, si direbbe filtrato
attraverso la magia del tempo e nel tempo: in un paesaggio
che appare costituito, come dalle onde d'un vasto mare, da
favolosi rilievi che in ere lontane dovettero giacersi come
fondi sabbiosi sotto le grandi pressioni marine d'una remota
Padania, per conservare ancor oggi, nella compattezza delle
antiche arene, quel tanto di residuali effluvi che, in uno
scavo di cantiere aperto, continuano a tingersi di
svaporanti azzurrini, salvo consegnarsi però, in
pochi giorni o ore, ai toni più smorzati d'un terreno
grigio dove ogni primordiale avventura fisico-chimica si
riduce al naturale suo epilogo.
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Camillo Filippo Cabutti
"Mattino" 1881
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Eso Peluzzi
"Frutta e paesaggio" 1947
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Del resto, tutto ritorna sotto la spinta - anch'essa
tellurica? - d'ogni suggestione creativa. E se si vuol
partir da Alba, la piccola capitale, anche senza andar
troppo indietro, cinque secoli fa era Giangiacomo Fava degli
Alladio, che si firmava Macrino d'Alba, il pittore preferito
dai Paleologhi, che non aveva mancato di guardarsi intorno,
fino ai Maestri lombardi (Foppa e Bergognone) con i quali
l'opera sua risulta meglio connessa.
Allo stesso modo s'è poi continuato a vedere in
intere generazioni di pittori e scultori - fino a quelli
operosi ieri o ai giorni nostri - l'esigenza di un
comunicare tra loro e con gli altri, per far sentire i
valori d'una loro cultura nell'interpretazione del mondo e
del proprio tempo: come Pinot Gallizio, da un lato legato al
sottosuolo stesso della sua terra langarola - avendogli
indirizzato la sua vita di chimico e di enologo, ma anche
(com'era ovvio che fosse) di paladino degli zingari -
pronto, dall'altro, sotto la spinta del creativo
filosofeggiare del torinese Piero Simondo, a osare
l'inosabile.
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Giunse così, Gallizio, non soltanto a lambire, ma
a farsi partecipe, senza timore alcuno, dei più vasti
orizzonti d'una cultura visiva internazionale, che non
esitò ad accoglierlo portandolo non diciamo ai
confronti delle Biennali Internazionali di Venezia, che
è un dir poco, ma al magistero dello sperimentalista
riconosciutogli da Wilhelm J.H.A. Sandberg che fin dal 1960
aveva voluto presentarlo in un'ampia mostra personale, allo
Stedelijk Museum di Amsterdam da lui diretto.
Non ci si stupisca allora se l'idea di organizzare per la
Ferrero di Alba una mostra su "Le Langhe e i loro pittori"
si è rivelata - nell'occasione offerta a un critico
che di tanta parte della vicenda è stato anche
testimone coinvolto - un modo molto bello di riandare a quei
decenni ove fossero stati adeguatamente rivisitati, in
concreto mettendo insieme un bel mannello di dipinti,
disegni e incisioni sino a dover quasi paventare uno
sviluppo fuor di misura per una mostra che avesse riunito
ben più dei nomi cui a tutta prima si poteva pensare
(e non diciamo di quante opere ritenute meritevoli di venir
ricordate)
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Domenico Maria Durante
"Solitudine" 1929
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ma rifacendoci insieme alle meritorie iniziative che
hanno fatto da volano a una produzione cui si deve se, in
breve, il nome delle Langhe e di Bossolasco, come di Alba e
di Murazzano, è andato in giro per il mondo
intero.
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Emilio Sobrero
"Grandi alberi" 1913
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Francesco Menzio
"Langhe" 1960
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Accanto agli artisti che in queste terre avevano visto la
luce, e soprattutto a quanti torinesi e piemontesi in
qualche modo qui hanno gravitato, da Camillo Filippo CaLutti
e da Eso Peluzzi alle firme famose di Francesco Menzio e di
Enrico Paulucci, con Sobrero e Garelli fino a Pinot Gallizio
e oltre ( volendosi ricordare tra gli altri anche Ruggeri e
Soffiantino, Francesco Franco con Lea Gyarmati, Emma Savanco
e Tuninetto, Cherchi, Ramella e Fico, Francesco Casorati,
Irene Invrea, TaLusso e Mauro Chessa per arrivare fino a
Sergio Agosti )
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bisogna infatti sottolineare la presenza di quei
lombardi, veneziani, liguri, romani e napoletani che proprio
il richiamo di Bossolasco di oltre trent'anni fa avevano
perfettamente recepito: da Abis a Giunni e Gina Maffei, da
Dolores Sella e Federica Galli a Montali e Gliha, croato,
che vi ha tratto ispirazione per opere di grande
qualità, e che alle Langhe continuano a offrire la
loro più convinta testimonianza.
Dirà, dunque, la mostra come allora si sia
seminato con grande intelligenza e il senso di gratitudine
con cui si vorranno ricordare gli artefici di quelle
iniziative: un segretario comunale quale è stato a
Bossolasco Erminio Sacco, e persino un albergatore come il
mitico Demetrio Veglio, che hanno saputo mettere nel loro
lavoro il senso di un autentico impegno culturale.
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Enrico Paulucci
"Langa verde" 1972
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LE LANGHE RAPPRESENTATE
di Arturo Buccolo
In uno scritto di recente pubblicazione, Nico Orengo dice
che "la Langa è concretezza e, ormai, astrazione. Una
terra scavata e rivoltata di continuo, ferita e sanata. Un
nome che è diventato sinonimo di piacere di vivere,
con i suoi grandi vini, i formaggi, le carni, i tartufi;
prodotti che ormai si sublimano, diventano essenza,
paradigma. Così che il nome Langa sembra ormai, oltre
i confini, qualcosa come un variopinto tappeto volante, una
bolla d'incanto, immagine di un altrove 'tropicale'. La
langa è una pelle marezzata, un infinito reticolo di
'bruciature' come una terracotta di Burri, un bagliore
d'ottone rossastro e graffiato come ciottoli di Fontana. Un
percorso labirintico che rimanda di vigna in campo, di campo
in vigna, di cascina in cascina". Possiamo trovare una
chiave di lettura della mostra - lo vuole il caso che ce le
ha poste dinnanzi - proprio in queste parole. Ci troviamo
infatti a fare i conti - mettendo di mezzo le evanescenti
categorie dell'arte - con il problema della rappresentazione
di una fetta di mondo forse più mitizzata che mitica,
di un territorio che da lungo tempo ha stratificato
(bontà sua senza approfittarne più di tanto)
uno status di terra promessa, di terra lasciata e ritrovata,
di luogo di scambi, di intrecci, di una realtà in
bilico tra sacro e profano, tra santità e
dannazione.
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Marco Gastini
"Paesaggio langarolo" 1959
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Pinot Gallizio
"S.T. / fondo mare lucido,
l'indomani temporale" 1961
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Bossolasco mon
amour
Ecco allora che si dipana il filo della matassa. Camillo
Filippo Cabutti è il primo tassello di un mosaico che
vede al centro il paese di Bossolasco. È lui che per
primo, nativo del luogo e trapiantato a Torino, a cavallo
tra Ottocento e Novecento porta la sua visione delle Langhe
in giro per il Belpaese.
È lui che dà il via a una serie di intrecci
parentali che tra le due guerre coinvolgeranno artisti come
Emilio Sobrero e Francesco Menzio. Figure catalizzanti come
Demetrio Veglio, titolare dell'albergo Bellavista, ed
Erminio Sacco, segretario comunale, faranno il resto negli
anni Sessanta e Settanta, trasformando Bossolasco in un
punto di riferimento per gli artisti torinesi (Enrico
Paulucci in primis), e non solo: rassegne come "Le Langhe
oggi" o come il premio nazionale dedicato all'incisione,
avventure come quella delle insegne realizzate per i negozi
del centro storico porteranno in zona alcuni tra i
più importanti nomi del panorama nazionale. E
internazionale.
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Le Langhe trapiantate in laguna
Gran parte degli artisti presenti in mostra hanno
partecipato alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di
Roma, certamente - a livello internazionale - le più
prestigiose rassegne della penisola. È quindi
più che mai suggestivo pensare alle Langhe di
Giuseppe Cerrina, Eso Peluzzi, Domenico Maria Durante
trapiantate in Laguna. Lo stesso accadrà, ma con un
approccio meno autoctono, meno legato agli imperscrutabili
umori di queste terre, con Piero Solavaggione, Carlo
Terzolo, Massimo Quaglino, Francesco Tabusso, Francesco
Casorati, Mauro Chessa, Giancarlo Cazzaniga, Mario Abis,
Giacomo Soffiantino, Guido Fasce, Oton Gliha, Piero Giunni,
Pompilio Mandelli, Nemesio Orsatti, Gina Roma, Sandro
Cherchi, Mario Calandri, Luca Crippa, Lea Gyarmati, Giovanni
Korompay e molti altri, affascinati ma toccati
tangenzialmente da questa breve avventura collinare.
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Ettore Fico
"Vite vergine a Bossolasco" 1980
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Francesco Tabusso
"Studio da bossolasco" 1980
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Langhe lasciate, Langhe ritrovate
Approccio autoctono, dicevamo. Molti dei nostri eroi sono
nati in Langa, partiti, ritornati. Altri, come Eso Peluzzi,
ci hanno messo le radici. Altri sono partiti senza
andarsene, come Pinot Gallizio, diventato un caso
internazionale senza spostarsi dal suo laboratorio albese.
Franco Garelli e Irene Invrea, da Diano d'Alba, li troviamo
a Torino e poi a Bossolasco. Domenico Maria Durante, da
Murazzano, è portiere nella Juventus e pittore a
Canale. Giuseppe Cerrina, anche lui di Murazzano, va a
Milano ma non senza soffrire. Emilio Sobrero, poi, anche lui
di Diano d'Alba, gira mezzo mondo facendo l'artista e lo
scenografo. Chi, invece, di fuori, scopre le Langhe, a volte
le sopravvaluta, le mitizzanon dimentichiamo la lettura
pavesiana o certa retorica resistenziale -, a volte le vede
nella giusta luce. Comunque, come stregato, ci ritorna.
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Tra tartufo e pallone elastico
Alba è provinciale, ma prova a pensare in grande.
Complice la lezione di Bossolasco, utilizza come elementi
d'attrazione il tartufo e il gioco del pallone elastico. Il
fine è quello di realizzare una pinacoteca civica
che, invece, non vedrà mai la luce. In un autunno
degli anni Sessanta arriva Achille Funi, qualche anno prima
Lucio Fontana aveva realizzato un manifesto per la Fiera del
Tartufo. Menzio e Paulucci, invece, avevano commemorato i
cento anni dello Sferisterio Mermet. Ma sono casi isolati,
piccole tracce che restano, oggi, soltanto il ricordo di
un'occasione perduta.
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Francesco Casorati
"Langhe" 1972
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Giacomo Soffiantino
"Neve a Bossolasco" 1965
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La retorica in frantumi
Ci pensano Piero Simondo e Pinot Gallizio (ma non
dimentichiamo l'esperienza della rivista "i 4 Soli", curata
da Adriano Parisot) a pareggiare i conti. La loro è
una sfida contro il tempo e lo spazio. Le Langhe diventano
per artisti di mezza Europa - i più estremi - la
terra promessa, il paradiso, quell'Eden "che altro non
può essere che l'aria da respirare, mangiare,
toccare, penetrare" (Manifesto della pittura industriale,
1959). Di qui la loro utopia, di qui la retorica frantumata,
di qui un progetto che pochi contemporanei, in zona,
riescono a comprendere fino in fondo.
Gallerie in terra di Langa
Fondamentale l'apporto dato dagli artisti e dai
galleristi della zona. Angelo Galeasso è l'unico che
ha dato continuità a un discorso, a una personale
idea dell'arte, diventando punto d'incontro per pittori e
scultori di area torinese e milanese, ma non solo. A lui
fanno riferimento gli artisti locali, i gruppi di giovani
più o meno autodidatti che si sono formati sul
territorio. Anche Romano Reviglio, consacratosi poi in modo
definitivo alla pittura, tenta negli anni Sessanta
l'avventura, più ardita, della Galleria Il
Falò, complici, tra gli altri, artisti come Marco
Gastini e Piero Ruggeri. Forse non è ancora il
momento, forse non lo sarà mai.
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Sandro Cherchi
"Omaggio a Cesare Pavese" anni '70
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Piero Ruggeri
"Paesaggio delle Langhe" 1964
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Tra sacro e profano
Piero Ruggeri lo ritroviamo nel 1964, con Giorgio
Ramella, nella chiesa dell'Immacolata di Rodello. Li
seguirà tra il 1970 e il 1972, più pacato,
Dedalo Montali. Ruggeri e Ramella lavorano sul sacro in modo
violento, visionario, al limite dell'eresia. E qui, tra le
fiamme e verso il cielo, si consuma il finale della nostra
storia.
Concretezza e astrazione - diceva Nico Orengo parlando
delle Langhe - terra scavata e rivoltata, ferita e sanata.
La mostra non ha voluto tradire questo mandato: ha riaperto
delle ferite ma ha sanato, nel suo piccolo, dei dubbi, delle
dimenticanze, degli equivoci. Per questo crediamo che non
sia un'occasione perduta.
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Nemesio Orsatti
"Le Langhe" 1970
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