BEPPE FENOGLIO
lettere
1940 - 1962


" io non scrivo per competizione (per quanto la sportmanship sia un evidente aspetto del mio carattere), alla radice del mio scrivere c'è una primaria ragione che nessuno conosce all'infuori di me."
• Lettera a Giovanni Drago, 4 novembre 1940
• Lettera a Livio Garzanti, 12 settembre 1958
• Lettera a Attilio Bertolucci, 21 novembre 1961
• Lettera a Italo Calvino, 15 ottobre 1962
 

Introduzione al volume di Luca Bufano

Il fedele lettore che nel 1994 ha salutato con gioia la pubblicazione dei ritrovati 'Appunti partigiani', proverà sicuramente piacere, ma forse anche delusione, nel vedere finalmente raccolte le lettere scritte da Fenoglio dall'anno della maturità liceale a quelli della sua maturità artistica (e quindi della morte «fiera e durissima», come la definí Giovanni Arpino). Piacere, perché si tratta di testi in gran parte inediti nella loro interezza; delusione, per il numero probabilmente inferiore alle aspettative.

Fenoglio non è stato un assiduo corrispondente; pochissime erano le sue amicizie al di fuori di Alba, e rare sono state le occasioni epistolari per eccellenza, cioè i viaggi, che nella sua breve vita lo hanno portato lontano dalla sua città. Eppure il presente epistolario sarebbe stato molto piú ricco, e di almeno doppie dimensioni, se a questi fattori oggettivi, che già di per sé potrebbero giustificarne la relativa brevità, non si fossero aggiunti altri fattori esterni; in particolare, l'incuria dei destinatari e l'iniziale disattenzione verso un autore, come egli si definí, "appartato e amateur - like" (quasi che i suoi contemporanei avessero così ricambiato, con eguale distacco e snobismo, l'atteggiamento dello scrittore verso il mondo letterario). Presentando per la prima volta, a quasi quarant'anni dalla morte, l'epistolario di Beppe Fenoglio, sarà dunque opportuno ricordare anche quei carteggi che, pur identificati, non è stato possibile recuperare.

Il lettore non troverà le numerose lettere scritte dall'allievo ufficiale Fenoglio a M., amica albese, nella primavera e nell'estate del 1943; né quelle scritte nei primi anni del dopoguerra ad Anna Maria Buoncompagni (delle quali, a parzialissima ammenda, si pubblicano tre frammenti di minuta); né le lettere a vari direttori di riviste e di collane narrative, a responsabili di progetti editoriali o cinematografici, che avevano cercato, e il piú delle volte ottenuto, la collaborazione dello scrittore albese. Fra questi: Alberto Moravia, Anna Banti, Francesco Cesare Rossi e Alberto Bevilacqua; Umbro Apollonio, Giovanni Arpino e Giulio Questi (anche in quest'ultimo caso, in mancanza degli originali, si è inclusa una lunga minuta conservata nel Fondo di Alba).

Un discorso a parte, in questa sorta di elegia dell'assenza, meritano le lettere a M. (il piú consistente tra i carteggi perduti): «lettere bellissime, poetiche e deliranti», come le ricorda a oltre mezzo secolo di distanza la destinataria. E le sue parole inconsapevolmente riecheggiano quelle di una lettera immaginaria che Fulvia Pagani scrive all'amica Margherita Naldi il 18 agosto 1943, autore Beppe Fenoglio: «Mi scriveva regolarmente, anche due volte per settimana, e mai meno di tre facciate. Bellissime lettere, di fronte alle quali provavo un vago senso di indegnità, ma comunque inquadrate, tutte, in quello che era il nostro rapporto di Alba.
Confesso, anzi proclamo, che le lettere di Sergio erano la cosa che aspettavo con maggior ansia, e che conservavo, e conservo, piú preziosa di ogni altra. Bellissime lettere, piene, ad ogni riga, di cose che andavano dritte al mio cuore, che ribadivano la nostra profonda intimità spirituale e la mia dipendenza intellettuale da lui, che ancora accentuavano quella mia attrazione verso Sergio che sarebbe senz'altro indecente se si manifestasse nell'altro campo. Scrive come parla, e credo che ogni altra definizione ti sarebbe superflua».

Fenoglio dovette aspettare la fine della guerra per rivedere M. e chiederle se poteva considerarla la sua ragazza. Al secco rifiuto di lei, si crucciò e, piú tardi, pretese che gli restituisse tutte le lettere, con la raccomandazione imperiosa di non copiarle. Riavutele, Fenoglio non le distrusse, non poteva distruggerle, perché quelle lettere gli ispirarono direttamente il tentativo di romanzo epistolare di cui, nel Fondo di Alba, sono rimasti numerosi frammenti. Molto probabilmente, invece, entrarono a far parte di quello che, per la sua dislocazione ultima, potremmo chiamare il Fondo Tanaro.

Di fronte a questo Fondo si sarebbe inaspettatamente e involontariamente trovato, nel luglio del 1968, un giovane operaio torinese originario d'Alba che nei fine settimana amava tornare nei luoghi d'infanzia a praticare il suo hobby preferito, la pesca: numerosi scatoloni pieni di libri, quaderni di vario formato, fascicoli e fogli sparsi, e - nel suo ricordo -"almeno due sacchi pieni di lettere". Lo scrittore stesso aveva lasciato quel materiale nella soffitta della casa di piazza Rossetti quando, nel 1957, si era trasferito coi genitori nella nuova abitazione di corso Langhe: forse giudicava che non meritasse maggiore attenzione, o forse si proponeva di tornare a recuperarlo, all'occorrenza, in un secondo momento. Ma non ne ebbe il tempo. Undici anni dopo il trasloco, cinque dopo la morte di Fenoglio, il proprietario dello stabile di piazza Rossetti concesse quello spazio in uso a un gruppo di giovani d'Alba, a condizione che ne svuotassero i locali. Il che essi fecero con particolare zelo. Il resto della storia, non priva di aspetti controversi, è in parte noto: da quelle scatole Giancarlo Molino, il giovane operaio torinese, raccolse a caso due vecchi quaderni scolastici e alcuni taccuini; vi lesse l'intestazione stampata sulla copertina: «Macelleria Fenoglio Amilcare - Piazza Rossetti - Alba» (la macelleria era ancora aperta quando lui aveva lasciato Alba dodici anni prima); li sfogliò distrattamente: su ciascuna pagina erano impresse le voci «carne, prezzo, importo»; ma fu colpito dalla bella calligrafia, fitta e minuta, che sicuramente non si riferiva alla contabilità del negozio. Sulla prima pagina di uno dei quattro taccuini lesse: «Beppe / Appunti Partigiani / 44-45».

Molino è nato nel 1943, l'anno in cui ebbe inizio la terribile vicenda di cui, crescendo, aveva ascoltato infiniti racconti. Per anni i ragazzi di Alba avevano raccolto reperti di quella lotta senza quartiere: bossoli, schegge di granate, pezzi di armi, o elmetti dei vari eserciti che avevano attraversato e sconvolto la loro terra. I taccuini che ora Giancarlo Molino aveva tra le mani, con quella sobria intestazione, evocavano nella sua fantasia il passato di cui non aveva memoria diretta: come da piccolo si sarebbe potuto mettere in tasca un bossolo trovato giocando con gli amici in aperta campagna, così quel giorno si mise nella tasca della pescatora i quattro taccuini e i due quaderni raccolti. Non li portò con sé a Torino, ma li lasciò su uno scaffale della rimessa, nel vecchio casolare di famiglia, insieme all'attrezzatura da pesca; e per molto tempo si dimenticò della loro esistenza. Tutto il resto rimase lí, in riva al Tanaro. Beppe Fenoglio era morto da cinque anni; "Il partigiano Johnny" era stato pubblicato da pochi mesi; il nome dello scrittore d'Alba cominciava a circolare con insistenza sui giornali e su riviste specializzate, in dispense universitarie, tra un numero sempre maggiore di lettori, non solo italiani... e una parte del suo archivio - la piú antica e ricca di reperti giovanili, con libri, manoscritti, corrispondenza, e decine di minute di lettere - giaceva abbandonato tra i rifiuti. L'acqua verde del Tanaro, «il fiume che l'aveva cresciuto», come un mitico Gange, riceveva cosí quello che gli uomini non avevano saputo conservare.

Le lettere che si sono salvate, e che qui pubblichiamo, rappresentano comunque assai piú che una semplice punta dell'iceberg. Dall'entrata in guerra dell'Italia fascista alla vigilia dell'anno che avrebbe scosso il mondo culturale italiano segnando l'inizio di una nuova fase del gusto letterario: entro questo arco di tempo le coordinate principali della vita di Fenoglio ci vengono incontro offerte dalla sua stessa voce, con toni ora affettati e insicuri (vedi quando si rivolge per la prima volta alle «autorità» del mondo letterario), ora efficaci e decisi (come quando difende, con scatti di legittimo orgoglio, la sua originalità di scrittore). E cosí pure la biografia delle principali opere, dai primi testi brevi alla terza e ultima redazione della ricerca epica di Milton, si compone sotto i nostri occhi come i tasselli di un puzzle: i "Racconti della guerra civile", presentati invano alla De Silva di Franco Antonicelli, quindi a Bompiani, a Mondadori e a Einaudi (I948-49); "La paga del sabato" proposta a Calvino subito dopo la scomparsa di Pavese (1950); i nuovi racconti «della cosidetta pace» e la complessa elaborazione del primo libro pubblicato (1951-52); "La malora" (1953-54); "Un giorno di fuoco", primi «racconti del parentado» e l'impegnativa traduzione di Coleridge (1955); prima redazione del «libro grosso» sul «quinquennio 1940-45» (1956-57); nuova redazione di "Primavera di bellezza" (priva dei tre capitoli finali), ancora considerata «prima parte» o «primo volume» del «libro grosso», e seconda redazione in «venticinque capitoli» della storia dedicata a Johnny (1957-58); decisione di sacrificare la seconda parte del libro (dicembre 1958); redazione finale di "Primavera di bellezza" e nascita del primo Milton, da identificarsi nel protagonista del romanzo oggi noto col titolo "L'imboscata" (gennaio-marzo 1959); successivo smembramento del nuovo romanzo in racconti, nascita del secondo Milton e prima redazione di "Una questione privata" (1960); "Racconti del parentado (1960-61); seconda e terza redazione di "Una questione privata (1961-62). Questo, a grandi linee, l'itinerario creativo che viene confermato dalle lettere (per un piú dettagliato riscontro rinvio all'apparato di note che accompagna i singoli testi).

Ci mancavano informazioni o testimonianze dirette su quello che è stato il noviziato artistico di Fenoglio. Il presente epistolario non colma questo vuoto, ma offre alcuni spunti interessanti. Le lettere agli amici Giovanni Drago e Piercesare Bertolino, gli scritti piú antichi di datazione certa precedenti l'esperienza partigiana, sono degni campioni del gusto linguistico e letterario del giovanissimo Fenoglio. Quella in cui si esprime è una lingua, sí, apparentemente libresca e scolastica, che però l'ironia - intrinseca nel primo testo, esplicita nei secondi - riscatta dal pedantesco. Fenoglio riferisce a Drago, stabilitosi a Torino per frequentare l'università, di «una pigra disputa in lingua inglese sulla valutazione critica di "Typee" di Melville» avvenuta durante un ricevimento a casa di un loro compagno; «protagonisti: Longo, profonda conoscitrice del libro, che si mischiava nel suo genere preferito, Mr.Gavuzzi, un anglo-italiano dal magnifico accento londinese e dalla crassissima ignoranza, eletto giudice ed interprete di Longo». Il diciottenne anglomane, quindi, domina già la sua lingua d'elezione. E non è un caso che il nome del primo scrittore ad apparire nell'epistolario fenogliano sia quello di Melville, letto con avidità negli anni formativi del liceo. Melville come veicolo di liberazione stilistica, che precocemente conduce Fenoglio a cercare la sua tradizione oltre i confini nazional-popolari, oltre le colonne d'Ercole dei piú grandi italiani (entro cui risuona ancora «la dolceamara tiritera su Zanelli, la morta amica», nostalgicamente rievocata nella terza lettera a Bertolino). Melville come padre spirituale dell'epica moderna, che cercò la propria tradizione «nel secolo delle lotte religiose in Inghilterra, in quel secolo di visionari, di libellisti teologici e di interpretatori della Bibbia»: così Cesare Pavese nella prefazione alla sua traduzione di Moby Dick; e se c'è un insegnamento dello scrittore nato a Santo Stefano Belbo che Fenoglio ha accolto senza riserve è proprio quello contenuto in questo breve scritto.

Il cammino è tracciato. «Marlowe, diamante nero della letteratura inglese, non vi dice niente?» chiede nella nota lettera a Calvino con la quale offre il suo lavoro di traduttore alla casa torinese. «E nemmeno il teatro irlandese classico (Synge, Yeats, Lady Gregory)? E le opere della Riforma inglese, magari limitandole a quello stupendo "Progresso del Pellegrino" di Bunyan?» E ancora «Eliot, Hopkins, Pound»... Delle opere di questi grandi creatori solitari, maestri di stile, Fenoglio nutre evidentemente anche il proprio credo letterario: «vedi anche tu quanto ciò giovi all'unità del mio scrivere e come mi eviti di figurare come tanti che cambiano scuola ad ogni romanzo che metton fuori?» scrive a Calvino durante la lunga, sofferta gestazione del suo primo libro. In Calvino, con il quale è passato subito al tu confidenziale (uno slancio raro nei confronti di persone estranee alla stretta cerchia di amici albesi), Fenoglio ha trovato l'interlocutore di cui aveva bisogno per rompere il suo isolamento; e in Calvino troverà un amico, forse l'unico vero amico in quel mondo letterario cui per doti era cosí fortemente portato ad appartenere, ma da cui volle sempre, il piú possibile, mantenersi distante.

Il velo di ritrosia e di pudore che sembra dissolversi quando Fenoglio si rivolge a Calvino, permane invece nei successivi carteggi con gli interlocutori milanesi e romani (Livio Garzanti, Pietro Citati e Attilio Bertolucci), pur segnati da una maggiore consapevolezza dell'importanza del proprio lavoro. Una ritrosia che spingerà Garzanti a scrivere: «Caro Fenoglio, lei è l'autore piú silenzioso e piú discreto ch'io conosca. Forse troppo». "Primavera di bellezza" era da poco apparso nelle librerie, preceduto da una discreta campagna pubblicitaria, e in tre settimane aveva venduto 2500 copie, ovvero piú di quanto "I ventitre giorni" aveva venduto in tre anni. Anche l'attenzione della critica era stata superiore alle aspettative. Tutto ciò poteva far prevedere una luna di miele tra l'autore che assaporava per la prima volta un indubbio successo e il suo nuovo editore che aveva saputo valorizzarlo; ma le cose andarono diversamente. L'epistolario degli ultimi anni, in cui Fenoglio è assorbito da un lavoro intenso, a piú tavoli (le successive redazioni di "Una questione privata", una nuova serie di «racconti del parentado», progetti di sceneggiature cinematografiche, «una terna di racconti fantastici»), testimonia la difficoltà con cui egli cerca di destreggiarsi tra le pressioni di Garzanti, volte a sollecitare la consegna del nuovo lavoro, e quelle di Calvino, desideroso di riconquistare alla propria casa editrice l'amico e lo scrittore perduto. Fenoglio appare indeciso, a volte impacciato. In generale il suo proposito sembra quello di voler soddisfare entrambi gli editori, dando al primo il romanzo nato dalle ceneri del ciclo di Johnny, al secondo i nuovi racconti langhiani; ma il contratto sottoscritto con Garzanti nel 1959 lo avrebbe impedito. Fenoglio soffrirà per la querelle involontariamente provocata, e fino all'ultimo cercherà di facilitare un accordo. Un altro aspetto del suo carattere.

Allo stesso modo in cui troviamo Fenoglio rifuggire le mode effimere e le gabbie ideologiche (si veda a questo proposito il significativo accenno nella lettera a Vittorini del 9 giugno 1953), lo percepiamo in contrasto con un costume imperante, una sorta di sottile autocensura che non risparmia gli ambienti meno conservatori, in un modo che oggi può far sorridere: «Intendiamoci: tutto vero, anche lí non sbagli un colpo, e non ci sono mai, o quasi mai, parole false né compiacimento (perciò ti salvi dalla pornografia), ma sei troppo, mi sembra, giovanilmente ambizioso delle cose che racconti»; «È un libro che ha molti difetti di lingua e di gusto (in certi punti rasenta la pornografia)»: cosí scrive Calvino - rispettivamente a Fenoglio e a Vittorini - commentando l'episodio dell'incontro amoroso di Ettore e Vanda nella "Paga del sabato". E lo stesso episodio, da Fenoglio inavvertitamente riproposto nel racconto dopo la bocciatura definitiva del romanzo, continuerà a urtare la sensibilità di Calvino: «in "Nove lune" io toglierei nella prima pagina la rievocazione dell'incontro in cui è successo il fattaccio, perché tanto come succede quando nasce un bambino lo sappiamo tutti».

Il lettore saprà trovare altro. Scrivendo all'amico Ernst Shoen, e riflettendo sul piacere provato nella lettura degli epistolari di scrittori passati, Walter Benjamin notava come i carteggi fossero spesso sottovalutati, perché «commisurati al concetto interamente ambiguo e falso dell'opera e della sua paternità». Le lettere, secondo il critico tedesco, apparterrebbero invece alla sfera della «testimonianza», il cui rapporto con un testo propriamente letterario «è altrettanto irrilevante della relazione di una qualsiasi testimonianza storica con la persona del suo autore». E aggiungeva: «Le testimonianze appartengono alla storia della sopravvivenza di una persona, e il carteggio permette proprio di studiare come la sopravvivenza entra nella vita, con la propria storia». Anche queste lettere di Fenoglio appartengono alla storia della sua sopravvivenza. Le si leggano dunque, soprattutto, come testimonianze: non solo un prezioso insieme di referenti per lo studioso dell'opera di Fenoglio, ansioso di verificare date e ipotesi critiche, ma sprazzi di vita che ci mettono in contatto con un uomo e la sua sfuggente personalità, la sua etica austera, il suo assiduo lavoro di scrittore.