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Introduzione al volume di Luca Bufano
Il fedele lettore che nel 1994 ha salutato con gioia
la pubblicazione dei ritrovati 'Appunti partigiani', proverà sicuramente
piacere, ma forse anche delusione, nel vedere finalmente raccolte le lettere
scritte da Fenoglio dall'anno della maturità liceale a quelli della
sua maturità artistica (e quindi della morte «fiera e durissima»,
come la definí Giovanni Arpino). Piacere, perché si tratta
di testi in gran parte inediti nella loro interezza; delusione, per il
numero probabilmente inferiore alle aspettative.
Fenoglio non è stato un assiduo corrispondente; pochissime erano
le sue amicizie al di fuori di Alba, e rare sono state le occasioni epistolari
per eccellenza, cioè i viaggi, che nella sua breve vita lo hanno
portato lontano dalla sua città. Eppure il presente epistolario
sarebbe stato molto piú ricco, e di almeno doppie dimensioni, se
a questi fattori oggettivi, che già di per sé potrebbero
giustificarne la relativa brevità, non si fossero aggiunti altri
fattori esterni; in particolare, l'incuria dei destinatari e l'iniziale
disattenzione verso un autore, come egli si definí, "appartato
e amateur - like" (quasi che i suoi contemporanei avessero così
ricambiato, con eguale distacco e snobismo, l'atteggiamento dello scrittore
verso il mondo letterario). Presentando per la prima volta, a quasi quarant'anni
dalla morte, l'epistolario di Beppe Fenoglio, sarà dunque opportuno
ricordare anche quei carteggi che, pur identificati, non è stato
possibile recuperare.
Il lettore non troverà le numerose lettere scritte dall'allievo
ufficiale Fenoglio a M., amica albese, nella primavera e nell'estate del
1943; né quelle scritte nei primi anni del dopoguerra ad Anna Maria
Buoncompagni (delle quali, a parzialissima ammenda, si pubblicano tre
frammenti di minuta); né le lettere a vari direttori di riviste
e di collane narrative, a responsabili di progetti editoriali o cinematografici,
che avevano cercato, e il piú delle volte ottenuto, la collaborazione
dello scrittore albese. Fra questi: Alberto Moravia, Anna Banti, Francesco
Cesare Rossi e Alberto Bevilacqua; Umbro Apollonio, Giovanni Arpino e
Giulio Questi (anche in quest'ultimo caso, in mancanza degli originali,
si è inclusa una lunga minuta conservata nel Fondo di Alba).
Un discorso a parte, in questa sorta di elegia dell'assenza, meritano
le lettere a M. (il piú consistente tra i carteggi perduti): «lettere
bellissime, poetiche e deliranti», come le ricorda a oltre mezzo
secolo di distanza la destinataria. E le sue parole inconsapevolmente
riecheggiano quelle di una lettera immaginaria che Fulvia Pagani scrive
all'amica Margherita Naldi il 18 agosto 1943, autore Beppe Fenoglio: «Mi
scriveva regolarmente, anche due volte per settimana, e mai meno di tre
facciate. Bellissime lettere, di fronte alle quali provavo un vago senso
di indegnità, ma comunque inquadrate, tutte, in quello che era
il nostro rapporto di Alba.
Confesso, anzi proclamo, che le lettere di Sergio erano la cosa che aspettavo
con maggior ansia, e che conservavo, e conservo, piú preziosa di
ogni altra. Bellissime lettere, piene, ad ogni riga, di cose che andavano
dritte al mio cuore, che ribadivano la nostra profonda intimità
spirituale e la mia dipendenza intellettuale da lui, che ancora accentuavano
quella mia attrazione verso Sergio che sarebbe senz'altro indecente se
si manifestasse nell'altro campo. Scrive come parla, e credo che ogni
altra definizione ti sarebbe superflua».
Fenoglio dovette aspettare la fine della guerra per rivedere M. e chiederle
se poteva considerarla la sua ragazza. Al secco rifiuto di lei, si crucciò
e, piú tardi, pretese che gli restituisse tutte le lettere, con
la raccomandazione imperiosa di non copiarle. Riavutele, Fenoglio non
le distrusse, non poteva distruggerle, perché quelle lettere gli
ispirarono direttamente il tentativo di romanzo epistolare di cui, nel
Fondo di Alba, sono rimasti numerosi frammenti. Molto probabilmente, invece,
entrarono a far parte di quello che, per la sua dislocazione ultima, potremmo
chiamare il Fondo Tanaro.
Di fronte a questo Fondo si sarebbe inaspettatamente e involontariamente
trovato, nel luglio del 1968, un giovane operaio torinese originario d'Alba
che nei fine settimana amava tornare nei luoghi d'infanzia a praticare
il suo hobby preferito, la pesca: numerosi scatoloni pieni di libri, quaderni
di vario formato, fascicoli e fogli sparsi, e - nel suo ricordo -"almeno
due sacchi pieni di lettere". Lo scrittore stesso aveva lasciato
quel materiale nella soffitta della casa di piazza Rossetti quando, nel
1957, si era trasferito coi genitori nella nuova abitazione di corso Langhe:
forse giudicava che non meritasse maggiore attenzione, o forse si proponeva
di tornare a recuperarlo, all'occorrenza, in un secondo momento. Ma non
ne ebbe il tempo. Undici anni dopo il trasloco, cinque dopo la morte di
Fenoglio, il proprietario dello stabile di piazza Rossetti concesse quello
spazio in uso a un gruppo di giovani d'Alba, a condizione che ne svuotassero
i locali. Il che essi fecero con particolare zelo. Il resto della storia,
non priva di aspetti controversi, è in parte noto: da quelle scatole
Giancarlo Molino, il giovane operaio torinese, raccolse a caso due vecchi
quaderni scolastici e alcuni taccuini; vi lesse l'intestazione stampata
sulla copertina: «Macelleria Fenoglio Amilcare - Piazza Rossetti
- Alba» (la macelleria era ancora aperta quando lui aveva lasciato
Alba dodici anni prima); li sfogliò distrattamente: su ciascuna
pagina erano impresse le voci «carne, prezzo, importo»; ma
fu colpito dalla bella calligrafia, fitta e minuta, che sicuramente non
si riferiva alla contabilità del negozio. Sulla prima pagina di
uno dei quattro taccuini lesse: «Beppe / Appunti Partigiani / 44-45».
Molino è nato nel 1943, l'anno in cui ebbe inizio la terribile
vicenda di cui, crescendo, aveva ascoltato infiniti racconti. Per anni
i ragazzi di Alba avevano raccolto reperti di quella lotta senza quartiere:
bossoli, schegge di granate, pezzi di armi, o elmetti dei vari eserciti
che avevano attraversato e sconvolto la loro terra. I taccuini che ora
Giancarlo Molino aveva tra le mani, con quella sobria intestazione, evocavano
nella sua fantasia il passato di cui non aveva memoria diretta: come da
piccolo si sarebbe potuto mettere in tasca un bossolo trovato giocando
con gli amici in aperta campagna, così quel giorno si mise nella
tasca della pescatora i quattro taccuini e i due quaderni raccolti. Non
li portò con sé a Torino, ma li lasciò su uno scaffale
della rimessa, nel vecchio casolare di famiglia, insieme all'attrezzatura
da pesca; e per molto tempo si dimenticò della loro esistenza.
Tutto il resto rimase lí, in riva al Tanaro. Beppe Fenoglio era
morto da cinque anni; "Il partigiano Johnny" era stato pubblicato
da pochi mesi; il nome dello scrittore d'Alba cominciava a circolare con
insistenza sui giornali e su riviste specializzate, in dispense universitarie,
tra un numero sempre maggiore di lettori, non solo italiani... e una parte
del suo archivio - la piú antica e ricca di reperti giovanili,
con libri, manoscritti, corrispondenza, e decine di minute di lettere
- giaceva abbandonato tra i rifiuti. L'acqua verde del Tanaro, «il
fiume che l'aveva cresciuto», come un mitico Gange, riceveva cosí
quello che gli uomini non avevano saputo conservare.
Le lettere che si sono salvate, e che qui pubblichiamo, rappresentano
comunque assai piú che una semplice punta dell'iceberg. Dall'entrata
in guerra dell'Italia fascista alla vigilia dell'anno che avrebbe scosso
il mondo culturale italiano segnando l'inizio di una nuova fase del gusto
letterario: entro questo arco di tempo le coordinate principali della
vita di Fenoglio ci vengono incontro offerte dalla sua stessa voce, con
toni ora affettati e insicuri (vedi quando si rivolge per la prima volta
alle «autorità» del mondo letterario), ora efficaci
e decisi (come quando difende, con scatti di legittimo orgoglio, la sua
originalità di scrittore). E cosí pure la biografia delle
principali opere, dai primi testi brevi alla terza e ultima redazione
della ricerca epica di Milton, si compone sotto i nostri occhi come i
tasselli di un puzzle: i "Racconti della guerra civile", presentati
invano alla De Silva di Franco Antonicelli, quindi a Bompiani, a Mondadori
e a Einaudi (I948-49); "La paga del sabato" proposta a Calvino
subito dopo la scomparsa di Pavese (1950); i nuovi racconti «della
cosidetta pace» e la complessa elaborazione del primo libro pubblicato
(1951-52); "La malora" (1953-54); "Un giorno di fuoco",
primi «racconti del parentado» e l'impegnativa traduzione
di Coleridge (1955); prima redazione del «libro grosso» sul
«quinquennio 1940-45» (1956-57); nuova redazione di "Primavera
di bellezza" (priva dei tre capitoli finali), ancora considerata
«prima parte» o «primo volume» del «libro
grosso», e seconda redazione in «venticinque capitoli»
della storia dedicata a Johnny (1957-58); decisione di sacrificare la
seconda parte del libro (dicembre 1958); redazione finale di "Primavera
di bellezza" e nascita del primo Milton, da identificarsi nel protagonista
del romanzo oggi noto col titolo "L'imboscata" (gennaio-marzo
1959); successivo smembramento del nuovo romanzo in racconti, nascita
del secondo Milton e prima redazione di "Una questione privata"
(1960); "Racconti del parentado (1960-61); seconda e terza redazione
di "Una questione privata (1961-62). Questo, a grandi linee, l'itinerario
creativo che viene confermato dalle lettere (per un piú dettagliato
riscontro rinvio all'apparato di note che accompagna i singoli testi).
Ci mancavano informazioni o testimonianze dirette su quello che è
stato il noviziato artistico di Fenoglio. Il presente epistolario non
colma questo vuoto, ma offre alcuni spunti interessanti. Le lettere agli
amici Giovanni Drago e Piercesare Bertolino, gli scritti piú antichi
di datazione certa precedenti l'esperienza partigiana, sono degni campioni
del gusto linguistico e letterario del giovanissimo Fenoglio. Quella in
cui si esprime è una lingua, sí, apparentemente libresca
e scolastica, che però l'ironia - intrinseca nel primo testo, esplicita
nei secondi - riscatta dal pedantesco. Fenoglio riferisce a Drago, stabilitosi
a Torino per frequentare l'università, di «una pigra disputa
in lingua inglese sulla valutazione critica di "Typee" di Melville»
avvenuta durante un ricevimento a casa di un loro compagno; «protagonisti:
Longo, profonda conoscitrice del libro, che si mischiava nel suo genere
preferito, Mr.Gavuzzi, un anglo-italiano dal magnifico accento londinese
e dalla crassissima ignoranza, eletto giudice ed interprete di Longo».
Il diciottenne anglomane, quindi, domina già la sua lingua d'elezione.
E non è un caso che il nome del primo scrittore ad apparire nell'epistolario
fenogliano sia quello di Melville, letto con avidità negli anni
formativi del liceo. Melville come veicolo di liberazione stilistica,
che precocemente conduce Fenoglio a cercare la sua tradizione oltre i
confini nazional-popolari, oltre le colonne d'Ercole dei piú grandi
italiani (entro cui risuona ancora «la dolceamara tiritera su Zanelli,
la morta amica», nostalgicamente rievocata nella terza lettera a
Bertolino). Melville come padre spirituale dell'epica moderna, che cercò
la propria tradizione «nel secolo delle lotte religiose in Inghilterra,
in quel secolo di visionari, di libellisti teologici e di interpretatori
della Bibbia»: così Cesare Pavese nella prefazione alla sua
traduzione di Moby Dick; e se c'è un insegnamento dello scrittore
nato a Santo Stefano Belbo che Fenoglio ha accolto senza riserve è
proprio quello contenuto in questo breve scritto.
Il cammino è tracciato. «Marlowe, diamante nero della letteratura
inglese, non vi dice niente?» chiede nella nota lettera a Calvino
con la quale offre il suo lavoro di traduttore alla casa torinese. «E
nemmeno il teatro irlandese classico (Synge, Yeats, Lady Gregory)? E le
opere della Riforma inglese, magari limitandole a quello stupendo "Progresso
del Pellegrino" di Bunyan?» E ancora «Eliot, Hopkins,
Pound»... Delle opere di questi grandi creatori solitari, maestri
di stile, Fenoglio nutre evidentemente anche il proprio credo letterario:
«vedi anche tu quanto ciò giovi all'unità del mio
scrivere e come mi eviti di figurare come tanti che cambiano scuola ad
ogni romanzo che metton fuori?» scrive a Calvino durante la lunga,
sofferta gestazione del suo primo libro. In Calvino, con il quale è
passato subito al tu confidenziale (uno slancio raro nei confronti di
persone estranee alla stretta cerchia di amici albesi), Fenoglio ha trovato
l'interlocutore di cui aveva bisogno per rompere il suo isolamento; e
in Calvino troverà un amico, forse l'unico vero amico in quel mondo
letterario cui per doti era cosí fortemente portato ad appartenere,
ma da cui volle sempre, il piú possibile, mantenersi distante.
Il velo di ritrosia e di pudore che sembra dissolversi quando Fenoglio
si rivolge a Calvino, permane invece nei successivi carteggi con gli interlocutori
milanesi e romani (Livio Garzanti, Pietro Citati e Attilio Bertolucci),
pur segnati da una maggiore consapevolezza dell'importanza del proprio
lavoro. Una ritrosia che spingerà Garzanti a scrivere: «Caro
Fenoglio, lei è l'autore piú silenzioso e piú discreto
ch'io conosca. Forse troppo». "Primavera di bellezza"
era da poco apparso nelle librerie, preceduto da una discreta campagna
pubblicitaria, e in tre settimane aveva venduto 2500 copie, ovvero piú
di quanto "I ventitre giorni" aveva venduto in tre anni. Anche
l'attenzione della critica era stata superiore alle aspettative. Tutto
ciò poteva far prevedere una luna di miele tra l'autore che assaporava
per la prima volta un indubbio successo e il suo nuovo editore che aveva
saputo valorizzarlo; ma le cose andarono diversamente. L'epistolario degli
ultimi anni, in cui Fenoglio è assorbito da un lavoro intenso,
a piú tavoli (le successive redazioni di "Una questione privata",
una nuova serie di «racconti del parentado», progetti di sceneggiature
cinematografiche, «una terna di racconti fantastici»), testimonia
la difficoltà con cui egli cerca di destreggiarsi tra le pressioni
di Garzanti, volte a sollecitare la consegna del nuovo lavoro, e quelle
di Calvino, desideroso di riconquistare alla propria casa editrice l'amico
e lo scrittore perduto. Fenoglio appare indeciso, a volte impacciato.
In generale il suo proposito sembra quello di voler soddisfare entrambi
gli editori, dando al primo il romanzo nato dalle ceneri del ciclo di
Johnny, al secondo i nuovi racconti langhiani; ma il contratto sottoscritto
con Garzanti nel 1959 lo avrebbe impedito. Fenoglio soffrirà per
la querelle involontariamente provocata, e fino all'ultimo cercherà
di facilitare un accordo. Un altro aspetto del suo carattere.
Allo stesso modo in cui troviamo Fenoglio rifuggire le mode effimere e
le gabbie ideologiche (si veda a questo proposito il significativo accenno
nella lettera a Vittorini del 9 giugno 1953), lo percepiamo in contrasto
con un costume imperante, una sorta di sottile autocensura che non risparmia
gli ambienti meno conservatori, in un modo che oggi può far sorridere:
«Intendiamoci: tutto vero, anche lí non sbagli un colpo,
e non ci sono mai, o quasi mai, parole false né compiacimento (perciò
ti salvi dalla pornografia), ma sei troppo, mi sembra, giovanilmente ambizioso
delle cose che racconti»; «È un libro che ha molti
difetti di lingua e di gusto (in certi punti rasenta la pornografia)»:
cosí scrive Calvino - rispettivamente a Fenoglio e a Vittorini
- commentando l'episodio dell'incontro amoroso di Ettore e Vanda nella
"Paga del sabato". E lo stesso episodio, da Fenoglio inavvertitamente
riproposto nel racconto dopo la bocciatura definitiva del romanzo, continuerà
a urtare la sensibilità di Calvino: «in "Nove lune"
io toglierei nella prima pagina la rievocazione dell'incontro in cui è
successo il fattaccio, perché tanto come succede quando nasce un
bambino lo sappiamo tutti».
Il lettore saprà trovare altro. Scrivendo all'amico Ernst Shoen,
e riflettendo sul piacere provato nella lettura degli epistolari di scrittori
passati, Walter Benjamin notava come i carteggi fossero spesso sottovalutati,
perché «commisurati al concetto interamente ambiguo e falso
dell'opera e della sua paternità». Le lettere, secondo il
critico tedesco, apparterrebbero invece alla sfera della «testimonianza»,
il cui rapporto con un testo propriamente letterario «è altrettanto
irrilevante della relazione di una qualsiasi testimonianza storica con
la persona del suo autore». E aggiungeva: «Le testimonianze
appartengono alla storia della sopravvivenza di una persona, e il carteggio
permette proprio di studiare come la sopravvivenza entra nella vita, con
la propria storia». Anche queste lettere di Fenoglio appartengono
alla storia della sua sopravvivenza. Le si leggano dunque, soprattutto,
come testimonianze: non solo un prezioso insieme di referenti per lo studioso
dell'opera di Fenoglio, ansioso di verificare date e ipotesi critiche,
ma sprazzi di vita che ci mettono in contatto con un uomo e la sua sfuggente
personalità, la sua etica austera, il suo assiduo lavoro di scrittore.
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