L'attualità di Pietrino Belli
nelle relazioni internazionali

Premessa

«Le relazioni interstatali presentano una caratteristica originale che le distingue da tutte le altre relazioni sociali: si svolgono all’ombra della guerra o, per servirci di un’espressione più rigorosa, le relazioni tra gli stati comportano per loro essenza l’alternativa della guerra e della pace.
Mentre ogni stato tende a riservarsi il monopolio della violenza, gli stati, nel corso della storia, riconoscendosi reciprocamente, hanno riconosciuto nello stesso tempo la legittimità delle guerre che si facevano l’un l’altro » Il punto di vista politologico offre, al lettore attento alle questioni di politica internazionale, un inedito quanto singolare approccio interpretativo, in una visione interdisciplinare dei fatti. Alla tradizionale analisi storica e giuridica si affianca il ruolo della politologia, in un tentativo di comprendere tutte le relazioni che intercorrono nei rapporti internazionali tra i diversi attori, nel contesto di una lettura sistemica. La disciplina accademica che si occupa dell’analisi dei fatti Internazionali, identificata con il termine Relazioni Internazionali, esordisce presso l’Università di Aberystwyth (GalIes) nel 1919, grazie ad un lascito benefico, finalizzato al finanziamento della cattedra dedicata alla memoria di Woodrow Wilson, grande statista ed idealista, Presidente degli Stati Uniti d’America e fondatore della Società delle Nazioni, con sede a Ginevra (Trattato di pace di Parigi del 28 aprile 1919).

Le Relazioni Internazionali si prefiggono di studiare gli eventi internazionali partendo da un postulato, ovvero: tutti gli attori — statuali e non —presenti in un determinato contesto storico (teatro d’azione) e tra di loro in relazione — diretta e/o indiretta —, fanno parte di un tutto (il sistema internazionale); ne consegue che per capire la dinamica di singoli fenomeni politici sia imprescindibile l’analisi del contesto e che i singoli fatti, apparentemente non correlati tra di loro, siano inscindibili dal quadro complessivo. La proposta sistemica ci consente di accogliere, nella nostra analisi, il maggior numero possibile di contributi interpretativi ed analitici, afferenti a diverse discipline quali quella storica, giuridica, sociale, antropologica ed economica. In sintesi possiamo leggere la realtà come se fosse un sistema, in un processo ideale di “ipostatizzazione” nel rapporto intercorrente tra sistema oggetto e sistema concetto.
« ... La politica internazionale non è un sistema per sua natura: si può però pensare che soltanto se si ragiona nei termini del “come se fosse” sia possibile organizzare i dati a disposizione in modo da farne scaturire una logica come guida alla comprensione... ».
La lettura storica di un determinato evento ci consente di conoscere « ciò che è stato e ciò che è successo », raccogliendo altresì indispensabili informazioni e documenti, illustrando contesti e comportamenti capaci di spiegare i fatti in situazioni complesse, alla presenza di diversi e differenti attori, portatori di interessi molteplici ed in molti casi contrastanti. Il contributo storico è importante per l’analisi politologica, ma non esaustivo.
Al politologo interessa soprattutto «... il perché sia successo quel fatto, come mai sia accaduto...» e se lo stesso in altre situazioni simili, si sarebbe dispiegato nello stesso modo, con la stessa intensità e virulenza. « La storia è piuttosto la scienza dell’individuale mentre le relazioni internazionali rifuggono, in un certo senso, dall’individualità o dalla singolarità per ricercare, attraverso le ripetizioni e la tipicità dei fenomeni, la generalizzazione e l’astrazione». Per quanto attiene al rapporto tra Relazioni Internazionali e Diritto Internazionale dobbiamo sottolineare una certa affinità tra le due discipline. Entrambe si fondano sulla necessità della generalizzazione dei comportamenti, per i giuristi i comandi e divieti (nonché le prescrizioni) vengono formulati a seguito dell’elaborazione di strumenti normativi nei termini di generalità e di astrattezza, capaci di essere applicati in situazioni e circostanze differenti, così come per i politologi risulta essere importante l’analisi dell’insieme, atta a formulare un’ipotesi di spiegazione olistica, generale ed astratta.
La sottoscrizione di un trattato e la firma di un accordo internazionale rappresentano entrambi il più alto momento normativo nel rapporto internazionale, in quell’intervallo temporale (fasi del sistema internazionale) tra conflitto e riappacificazione tra uno o più Stati. La formalizzazione di un accordo internazionale rappresenta, inoltre, il punto più significativo della mediazione politica, nel tentativo di trovare un accordo utile a riportare la diplomazia al centro della politica, in uno sforzo finalizzato a “normare” i rapporti tra i contendenti al livello più avanzato di accordo possibile: la superiorità della politica sulla violenza.
Ma proprio in questa circostanza le due discipline si ritroveranno ad un bivio ove si divideranno definitivamente. Per i giuristi è importante l’articolazione dell’accordo ed il come sia stato sottoscritto, con quali clausole, con quali vincoli, al politologo interessa invece conoscere il perché sia stato sottoscritto, alla luce di quali accordi segreti, non esplicitati, a quali condizioni, palesi oppure occulte, capaci di spiegare le ragioni, o la ragione, che hanno indotto uno Stato ad accettare clausole, non sempre comprensibili nell’ottica degli interessi nazionali, se non spiegabii soltanto alla luce dei rapporti di forza intercorrenti tra le parti.
È evidente che cambia anche il concetto di sovranità, per gli uni rappresenta l’esercizio legittimo di potere di ogni Stato (nella concorrenza dei tre fattori distintivi della sovranità formale, ovvero popolazione, territorio ed autorità), per gli altri risulta invece essere interessante il livello di sovranità sostanziale (limitata o meno) di uno Stato, in un rapporto di forza con gli altri. Dal punto di vista sociologico ed antropologico possiamo dire che il contributo disciplinare offerto nell’analisi dei fatti internazionali, può derivare essenzialmente dallo studio sull’azione dei vari gruppi di pressione presenti sullo scenario sociale, nelle modalità degli stili di leadership, nell’articolazione e nella ricomposizione dei conflitti sociali e nella gestione degli interessi complessi intercorrenti tra di loro. Inoltre lo studio sulle dinamiche di elaborazione del consenso pubblico e sulle strutture di orientamento degli interessi complessi (lobbing) contribuiranno alla migliore comprensione delle politiche nazionali e delle scelte conseguenti.
Ma al politologo questo pur importante punto di analisi, non è sufficiente in quanto non spiega, ad esempio, per quale motivo, in determinati momenti storici paesi ad ordinamento interno democratico, adottano in politica estera comportamenti in palese contrasto con tali principi. L’aspetto economico, infine, rappresenta un ulteriore elemento di contributo all’analisi della politica internazionale. La difesa degli interessi economici nazionali è sempre stata una preminente esclusività politica, unitamente a quella ideologica. Le motivazioni delle scelte di azione, pacifiche e/o belligeranti, nei rapporti tra gli Stati, ovvero di cooperazione e/o di concorrenza tra le diverse economie nazionali, sono sempre state gestite nel disegno strategico complessivo all’interno della cornice della suprema tutela della difesa degli interessi nazionali.
Mai come oggi il livello statale è entrato in crisi di identità, da un lato il processo di globalizzazione e di forte interdipendenza tra gli Stati e le loro economie, e dall’altro lato un lento ma inesorabile trasferimento di funzioni e di poteri (la spada e la moneta) in favore di alleanze tra Stati e di nuove organizzazioni sovranazionali (declino dello Statonazione). Non ultimo il livello di presenza parallela di importanti realtà economiche (corporations multinazionali) che rappresentano, in molti casi, entità con fatturati economici maggiori del prodotto interno lordo di molti Stati presenti al mondo, con milioni di abitanti. « La diplomazia è quell’attività politica espressa dal potere esecutivo nei suoi rapporti internazionali, ma è anche una fedele interprete, in via indiretta, del sistema economico del paese che la formula».
Anche in questo caso l’analisi politologica non potrà essere indifferente oppure esclusa. Molte crisi internazionali non potranno essere spiegate attraverso le scelte politiche estere dei singoli Stati oppure alla luce della loro ideologia, ma saranno spiegabii soltanto nel contesto allargato, con l’azione esercitata da importanti attori politici non statuali, ovvero le grandi società multinazionali.

G. B. Biscarra

Ritratto di Pietrino Belli

Torino, Palazzo Reale,
Galleria del Daniel

Il Belli nel sistema internazionale del XVI secolo: una proposta interpretativa.
“La lente ed il cannocchiale”

Fatte queste premesse e precisazioni metodologiche quale può essere oggi l’ambito di una proposta di lettura politologica dell’opera del Belli?
Edward Luttwak ha proposto con il suo libro La grande strategia dell’impero romano una lettura politologica della storia antica, al fine di evidenziare gli aspetti strategici e di insieme nelle scelte e nei comportamenti politici e militari, nella gestione di uno dei più grandi imperi della storia. Ciò dimostra quanto sia interessante una lettura politologica ex post di avvenimenti fino ad allora studiati solo dal punto di vista storico, riproposti invece in chiave strategica. Il Belli scrive il suo trattato De re militari et bello tractatus nel 1558 in un contesto di grandi cambiamenti politici e militari.
Con la scoperta delle Americhe, avvenuta nel 1492 ad opera di Cristoforo Colombo, lo scenario internazionale, a quel tempo prevalentemente europeo, mutava. Si prospettavano all’orizzonte nuovi interessi strategici come ad esempio l’apertura di nuove vie di comunicazione ed opportunità di importanti sviluppi commerciali per l’economia del Vecchio Continente.
La conquista di immensi territori da colonizzare orientava, in una differente prospettiva, l’elaborazione di nuove dottrine geopolitiche capaci di interpretare gli interessi nazionali di ciascuna potenza europea, in un processo di ridefinizione delle singole politiche estere degli Stati.
Le colonne d’Ercole non rappresentavano più il limite geografico dell’azione politica europea (anche se oggi conosciamo quanto antichi fossero stati i contatti con l’oltreoceano) bensì l’apertura di nuovi territori, ove poter espandere la sfera di influenza e di potere degli Stati, richiedeva la concettualizzazione di una nuova strategia per la politica europea, ad esempio fondata sul controllo delle nuove vie di comunicazione marittima. Spagna, Portogallo, Inghilterra e Francia, in misura minore, si lanciarono nella corsa per il predominio sui mari, in una disputa che li vedrà concorrenti per oltre due secoli. Le marine dei maggiori paesi europei rappresenteranno sempre di più il simbolo della potenza degli Stati nell’ambito mondiale, avanguardie di interessi economici e commerciali che segneranno l’espansione coloniale europea fino alla metà del XX secolo.

Martin Lutero (1483-1546) inizierà dal 1517 un lungo percorso “eretico” giungendo alla codificazione di nuove regole e comportamenti sociali, in palese contrasto con i precetti ultrasecolari della Chiesa cattolica. Viene delegittimato il potere di Roma, formalizzando uno scisma con laceranti conflitti in molte nazioni europee, con importanti ripercussioni sulla loro stabilità ed integrità politica. Dopo di lui Calvino (1509-1564) a Ginevra ed Enrico VIII (1534) in Inghilterra perseguiranno un ulteriore percorso di separazione ideologica dalla Chiesa di Roma. Le certezze secolari riposte nell’ordine “romano” vengono a mancare, avviando così un lungo processo di crisi di legittimità politica di molti Stati, a loro volta da sempre assoggettati nelle scelte politiche fondamentali al placet del Sommo Pontefice. Roma, in ultima analisi, non rappresenta più per tutti gli Stati europei il riferimento ed il vincolo di legittimazione politica, ideologica e teologica, espressione di un potere trascendente e temporale entrato ineludibilmente in crisi. Nel 1571 con la battaglia di Lepanto le forze cristiane riuscirono a respingere l’avanzata verso l’Occidente degli infedeli, concludendo il lungo processo di contenimento dell’espansione dell’Islam avviato sin dal 1492, anno della cacciata dei Musulmani dalla Spagna ad opera di Isabella di Castiglia detta la Cattolica. Nel 1588 viene sconfitta l’Invincibile Armata, segnando la nascita della nuova potenza militare-navale inglese sullo scenario politico mondiale. L’asse strategico europeo lentamente si spostava dal bacino del mar Mediterraneo ai mari del Nord e verso gli oceani.
In questo contesto ritroviamo il Belli collocato in un periodo di grandi trasformazioni, di importanti avvenimenti politici, di epocali capovolgimenti ideologici e religiosi, elementi di straordinario mutamento dello scenario strategico complessivo. Egli si trovava altresì inserito in un contesto di importanti fermenti culturali ed artistici che vedevano nel Rinascimento albe-se illustri testimonianze figurative, prima su tutte quella espressa da Giovanni Giacomo Fava de Alladio, detto Macrino (1470-1528). Possiamo individuare un elemento di contatto interpretativo anche dal punto di vista cronologico utile alla nostra analisi, ovvero: nel 1558 Belli termina il suo trattato e nel 1559 viene firmata la pace di Cateau-Cambrésis .

Il Belli nella sua funzione pubblica di auditore di guerra e di giureconsulto, prima al servizio di Carlo V e poi di Emanuele Filiberto, si inserisce in un contesto, almeno nella lettura politologica, di costituzione di un nuovo ordine internazionale. Poco prima della battaglia vittoriosa di San Quintino (1557) Emanuele Filiberto, alleato con gli imperiali, riusciva ad inserire nel gioco delle grandi potenze europee il suo piccolo ducato, legandolo indissolubilmente ai grandi avvenimenti storici del continente. Dal 1545 al 1563 si svolse a Trento il XIX Concilio della Chiesa cattolica, ove si sancì la separazione irrevocabile tra il mondo protestante e quello romano. Convocato dopo molti anni di esitazioni, per tentare una conciliazione con i Protestanti, falli il suo scopo principale nell’intento di ricomporre i decennali dissidi tra le parti, ma servì invece a precisare i dogmi della dottrina cattolica ed a rafforzare la struttura della stessa, avviando il processo della Controriforma. Alla luce di questi avvenimenti come possiamo leggere nella dimensione politologica, il trattato del Belli?
Nel suo lavoro si evincono una serie di situazioni, di principi e di proposte non avulse dal quadro politico generale sopra descritto. In questa riflessione risulta evidente quanto sia importante analizzare il contesto politico in una prospettiva di vasto raggio (il cannocchiale), più che cimentarsi nella lettura, anche se puntuale e dettagliata (condotta con la lente), dei fatti e degli accadimenti riguardanti i casati coinvolti nel divenire del tempo.
Vediamo ora di analizzare alcuni elementi salienti presenti nel trattato. Il Belli propone nella sua opera l’elaborazione di regole capaci di difendere i principi di umanità e di caritatevole trattamento verso i prigionieri di guerra, vincolando il vincitore ad un giusto rispetto verso il sopraffatto. Viene riproposto un modello di regole cavalleresche applicate ai conflitti, che si stavano progressivamente allontanando dalle consuetudini medioevali, in un’epoca ove lo scontro tra gli eserciti assumeva una dimensione sempre più catastrofica, con il dispiegamento di una potenza di fuoco fino ad allora mai immaginata.
Lo scopo era quello di delimitare la violenza bellica, perseguendo gli obiettivi dell’incolumità e della protezione degli interessi della popolazione civile . « . . . I vecchi cavalieri, inoltre, persero il primato sul campo di battaglia in favore di fanti addestrati nel maneggio di archi, picche e, più tardi, moschetti.
Più importante di tutto fu poi lo sviluppo dell’arma da fuoco — ultima ratio regum — contro i più potenti soggetti i cui castelli potevano essere ridotti in rovina nell’arco di settimane, se non di giorni » . Ma la novità introdotta dal Belli riguarda il ricorso obbligatorio all’arbitrato tra le parti in lotta, al fine di organizzare un percorso alternativo alla guerra, fondato su figure indipendenti (arbitri), sostitutive del ruolo tradizionale dello Stato protettore ed in alcuni casi dell’imperatore. In quel tempo né il papato né tanto meno l’imperatore erano più in grado di assolvere alla loro funzione secolare di garanti super partes, in quanto quell’ordine internazionale, fino ad allora conosciuto, si stava progressivamente eclissando (tertium non datur).

Il Belli individua nel percorso di confronto pacifico tra gli Stati, ma anche un valido strumento di mediazione nei rapporti politici con e tra le Signorie, promuovendo nei fatti un percorso di riconoscimento giuridico tra le fazioni in lotta (detentrici di una sovranità piena oppure limitata) . Oggi si potrebbe parlare in termini politologici di sovranità differenziate, a seconda del loro rapporto di integrazione con il sistema imperiale, mentre in altri casi l’opera del Belli potrebbe essere analizzata in direzione di uno sforzo di ricomposizione politica tra istituzioni differenti, al fine di riconoscere la reale dimensione ed effettività dello scenario politico di azione. L’istituto dell’arbitrato è stato ripreso ai nostri tempi nella Carta delle Nazioni Unite (San Francisco 26-6-1945, art. 33, comma 1), quale importante strumento di mediazione diplomatica, utile a ricomporre in modo pacifico i contrasti internazionali. Il Belli si trova ad essere inserito in questo contesto di transizione tra il vecchio ed il nuovo ordine internazionale, consapevole dei grandi cambiamenti politici del suo tempo. In questa chiave di lettura il conflitto internazionale si pone come “centro logico” e non “cronologico” del sistema, ove ai periodi di guerra (costituenti il nuovo ordine, alla luce dei rapporti di forza scaturiti tra i contendenti) si alternano periodi di “dopo guerra”, fino ad una successiva fase di nuove relazioni, fondate su differenti rapporti di forza tra gli attori coinvolti.
La scansione del sistema internazionale, in relazione a questa interpretazione, in cui Belli vive ed opera, può essere letta e proposta nel seguente modo:
1494-1521: preistoria del sistema (fase pre-costituente)
1521-1559: guerra costituente (1557 battaglia di San Quintino - 1559 Pace di Cateau-Cambrésis)
1560-1617: declino, fino alla successiva sistematizzazione dei nuovi rapporti di forza internazionali sanciti con i trattati di Westfalia (1648), con la costituzione degli Stati nazionali europei (nuova fase del sistema internazionale), definitivo approdo verso un nuovo ordine internazionale.

L’apertura di nuovi spazi economici, di nuove vie di comunicazione marittima, il venire meno di sedimentate verità teologiche secolari (l’infallibilità del Papa ad esempio), la minaccia della sopraffazione di nuove culture (il pericolo islamico), da un lato e la dissidenza all’interno del mondo cristiano (le eresie ed il libero arbitrio ), la visione eliocentrica dell’universo, introdotta da Copernico (1473-1543) con il suo De revolutionibus orbium celestium, la conquista del libero pensiero (Giordano Bruno - 1548-1600), nonché la ricerca di un nuovo ordine impeniale sul Vecchio Continente (la disputa tra la Spagna e la Francia) e l’ascesa di nuove potenze regionali (l’Inghilterra ad esempio) , vedeva il XVI secolo foriero di grandi sconvolgimenti politici, sociali, ideologi, teologici, filosofici ed economici. La guerra nel Cinquecento stava progressivamente mutando il suo connotato ultrasecolare, da scontro armato tra Signori e Cavalieri in una dimensione territoriale, strategica ed economica completamente differente dal modello medioevale. Il conflitto diventava un considerevole affare finanziario ed economico, le risorse e le forze m campo attivate assumevano sempre di più una consistenza straordinaria, fino al punto di creare vincoli di dipendenza non solo tra i potentati, ma anche tra i Sovrani ed i loro finanziatori. La nascente classe dei banchieri, da quel momento in poi, si avvalse dei servigi dei giureconsulti capaci di argomentane e tutelare i loro diritti ed i loro interessi nei confronti dei debitori.

Ma non solo, nella nuova condotta strategica saranno altresì determinanti gli uomini pagati “al soldo” (i soldati), introducendo nei giochi di forza tra le potenze un nuovo fattore di potenza rappresentato dalle milizie ben armate e ben addestrate, in grado di assaltare le città fortificate. Questa condizione, in polemologia, sarà la discriminante fondamentale capace di determinare l’esito della guerra. « . . . Intorno alla metà del quattrocento tutti sapevano che i montanari svizzeri avevano inventato un nuovo modo di combattere, di cui si dicevano meraviglie. Radunati in compagnie numerose e addestrati a combattere in gruppo, con un picchiere che teneva a bada la cavalleria nemica, un alabardiere per il combattimento ravvicinato e uno e due tiratori armati di balestra, o di quella primitiva arma da fuoco che era la colubrina, i fanti svizzeri non avevano paura di nessuno; e tutti quelli che li avevano visti combattere erano rimasti impressionati dalla loro efficienza. I Governi erano già disposti a spendere grosse somme per assicurarsi i loro servigi come mercenari e cominciava a diffondersi l’idea che chi aveva dalla sua parte gli svizzeri godeva di un vantaggio tecnico sull’avversario » .

La guerra genera così nuove figure di riferimento, da un lato i combattenti e dall’altro le forze economiche interessate alla dinamica del conflitto. L’interesse economico determinerà sempre di più il conflitto “moderno” , anticipando nella pratica la teoria di Von Klausewitz: la guerra non è altro che la continuazione della politica condotta con altri mezzi. Il Belli intuisce di dover elaborare una nuova dottrina strategica nel nuovo rapporto tra gli Stati, fondata sul rispetto di regole minime ma nello stesso tempo importanti (oggi si direbbero regole minime di civiltà) capaci di ricomporre interessi così divergenti, a volte antitetici e radicali, per la definizione politica di un nuovo ordine europeo. Le caratteristiche salienti di questa nuova strategia sono individuabili in queste condotte: da un lato la promozione di comportamenti conformi ai principi religiosi, di equità e di carità cristiana, e dall’altro verso la codificazione di regole cogenti condivise, in difesa dei valori dell’Europa cristiana. Il Belli argomenta il divieto di far ricorso a mercenari nei conflitti, differenzia le guerre in offensive e difensive, giuste ed ingiuste, riconosce al popolo il diritto al ricorso all’insurrezione armata (legittima difesa) nel tentativo di respingere l’ingiuria subita.

Legittima in casi specifici l’uso della violenza (armi con armi) ritenendo il ricorso alla difesa armata non solo lecita, ma doverosa « . . . prendere le armi in certi casi: a) per la patria, per la libertà, per la salute pubblica, b) per il proprio sovrano... » .
Ipotizza il diritto dovere dei soggetti inseriti all’interno di alleanze di non sentirsi vincolati agli accordi nel caso in cui siano di fronte a conflitti con manifesti lineamenti di illegittimità (guerre ingiuste): « ... doversi ritenere... (liberi da)... quella... (alleanza)... che... (potrà)... trascinare... (gli alleati).., ad una guerra ingiusta... » .

«Prescindendo da ogni forma di governo, il diritto di dichiarare guerra deve considerarsi come un attributo inerente alla sovranità. Esso compete pertanto a qualunque popolo, che viva con leggi proprie e l’esercizio ne è affidato a chi presso quel popolo rappresenta la suprema autorità ».

Il Belli con cautela cerca di analizzare con realismo politico la situazione oggettiva del suo tempo, fatta di Stati imperiali, Signorie, Stati minori, in un divenire di alleanze e di cambiamenti repentini di fronte, nonché di continue contestazioni all’ordine pre-vigente (latente anarchia) . In tal contesto Belli argomenta il ricorso legittimo alla guerra “solenne” giustificata solo nel momento in cui concorrano delle precise precondizioni, ovvero di legittima giurisdizione e di “indizione” (dichiarazione formale). La podestà di fare la guerra viene riconosciuta o per diretta decisione, se si gode di sovranità, o per licenza del superiore inmmediato, ma sempre vi-colata al ricorso preventivo della diffida (ultimatum), che dovrebbe essere sempre praticata prima di prendere le armi. « La guerra sembra vecchia quanto l’umanità, ma la pace è un’invenzione moderna. . . ». Maine ci propone con questa provocatoria affermazione una visione realistica del sistema internazionale, ben presente nel Belli. In tal senso il suo trattato mantiene nell’impianto generale una radicata visione concreta dei fatti politici internazionali, essendo il Belli consapevole della dranmmatica ineludibiità del conflitto.

Sarà poi Hobbes (1588-1679) ad esporre una nuova teoria sulla genesi dello Stato, elaborando un pensiero intenpretativo originale sulla legittimazione del potere (teoria contrattualistica dello Stato) .
Gli uomini, nel momento in cui decidono di porre fine allo stato di natura (homo homini lupus) ed accettando un libero rapporto contrattuale con un loro simile, si pnivano dell’esercizio naturale di farsi giustizia da sé, riconoscendo alla controparte (il Sovrano) l’esercizio esclusivo della violenza (monopolio della forza), esercitato da quel momento in poi verso i sottoposti, all’ interno della neofita comunità costituita ed all’esterno (futuro scenario internazionale) verso gli altri gruppi antagonisti — futuri Stati — (momento di distinzione formale e sostanziale tra società civile e Stato).
Nel rapporto contrattuale l’individuo si priva per sempre del suo diritto naturale di farsi giustizia da sé, in cambio della protezione della sua persona, ovvero di aver salva la vita.
Anche per tale motivo, dal punto di vista giuridico e non solo morale, lo Stato non può comminane la pena di morte ad un suo sottoposto, in quanto verrebbe meno all’antico patto stipulato, come precedentemente argomentato, di garantire salva la vita al soggetto contraente il patto. Lo Stato dovrà amministrare la giustizia, avendo a suo tempo rinunciato alla vendetta, quale condizione per uscire dallo stato di natura, sancita nel contratto costitutivo e legittimante il suo ruolo.

Sarà poi il grande J.J. Rousseau a mettere in crisi tale impostazione, introducendo un elemento di forte critica sulla natura contrattualistica sulla nascita dello Stato sostenendo che il contratto, ammesso che sia mai stato sottoscnitto tra gli uomini e la nuova entità (Stato e/o sovrano), fu estorto con l’inganno, in quanto nella notte dei tempi un uomo intuì quanto fosse straordinario concentrare su di sé (Sovrano) il monopolio dell’uso della forza , attraverso un contratto scindibile e nevocabile soltanto con l’accordo tra tutti i contraenti, compreso se stesso (condizione non prevedibile considerato lo straordinario vantaggio detenuto da quest’ultimo). Il Belli riconosce anche la particolare posizione degli Stati neutrali ed i privilegi derivanti dalla loro collocazione sullo scenario internazionale, anche in favore della protezione da accordare verso coloro che dovessero trovarvi rifugio sul loro territorio.
La tutela verso i rifugiati sarà riconosciuta a condizione che siano rispettate alcune condizioni fondamentali, e precisamente:
« . . . a) che non sia lecito far prigioniero o molestare il nemico, che si trovi in territorio neutrale;
b) che gli stranieri, che si trovano nel territorio degli Stati belligenanti, non debbano da quest’ultimi ricevere alcun oltraggio;
c) che il territorio neutrale non possa violarsi per nessuna cagione dipendente dalla guerra, p.e. per il trasporto di prigionieri. Se questo si verificasse, s’intende che il prigioniero ha recuperato la libertà fin dal nmomento che ha toccato il territorio neutrale » .

Il Belli si sofferma anche nel definire i concetti di tregua (una sorta di convenzione pacifica) e di dichiarazione formale di guerra (legittimata solo dopo il ricorso obbligatorio alla procedura arbitrale, con la sola esclusione nel caso in cui il conflitto sia rivolto verso i pirati). Uno specifico capitolo è dedicato dal Belli al postliminio . Questo diritto non si estende a tutti, né si riferisce a tutte le cose pendute in guerra, ma possono bensì usufruirne e rivendicarne il possesso soltanto coloro che ne hanno titolo alla luce delle leggi e delle consuetudini vigenti.
L’effetto del postliminio, in relazione alle persone, è quello di farle ritornare allo stato in cui si ritrovavano nel momento in cui caddero sotto il dominio del nemico (a seguito dello stato di occupazione, di cattura e/o in ostaggio), o meglio di doverle considerare come se non avessero mai perso la libertà. Lo storico francese Dominique Gaurien argomenta, commentando il postliminio nel trattato del Belli, che in relazione alle cose, si debbono considerare come appartenenti all’antico proprietario qualunque sia stato il tempo trascorso « tra il giorno in cui gli furono tolte e quello in cui le recupera », non essendo il diritto derivante dal postliminio soggetto a prescrizioni di sorta.

L’immaturità dei tempi non ci consente di estrapolare altri elementi particolari dal trattato del Belli in chiave moderna, ma molte indicazioni ci inducono a sostenere che la sua opera non sia stata soltanto uno studio anticipatore del Diritto Internazionale, successivamente ampliato da altri autori come Alberigo Gentili (1552-1608) ed Hugo Grotius (1583-1645), ma che si possa attribuire all’autore uno straordinario sforzo nel ridefinine rapporti politici, militari e strategici in un periodo di grandi cambiamenti in un contesto di relazione e d’insieme.
L’epoca del Belli è stata caratterizzata da fenomeni politici di transizione tra il vecchio ordine politico verso un nuovo assetto delle relazioni europee, rapporti successivamente normati attraverso i trattati di Westfalia del 1648 e quelli di Utrecht del 1713, quest’ultimo precorritore della teoria dell’equilibrio tra le potenze europee, per la prima volta codificata in un trattato .

In conclusione possiamo affermare che il nostro Pietrino Belli ha posto le basi per il riconoscimento del rispetto dell’uomo sia come suddito sia come prigioniero, ma soprattutto tutelato come individuo in quanto tale e portatore di diritti naturali in difesa della propria integrità, anche in circostanze ed in condizioni estreme, come quelle rappresentate dalla guerra.
Ci illumina una citazione di J.J. Rousseau, formulata duecento anni più tardi, ma che evo-ca principi già presenti nel Belli nel suo trattato, nonostante la precocità dei suoi tempi, ovvero: « La guerra non è una relazione tra uomo e un altro uomo, bensì una relazione fra Stati, in cui gli individui sono nemici solo per caso; non come uomini nemmeno come cittadini, ma solo in quanto soldati (...).
Poiché l’oggetto della guerra è quello di distruggere lo Stato nemico, sarà legittimo ucciderne i difensori finché questi imbracciano le armi; ma non appena essi le gettano e si arrendono, cessano in quel momento di essere nemici o agenti del nemico e tornano ad essere semplicemente uomini, per cui non si ha più diritto sulla loro vita ».
Belli, seppun lontano dalle conquiste civili della rivoluzione americana prima (1776) e dalla rivoluzione francese poi (1789), intuì il valore civile ed etico nella difesa dei più deboli e nei confronti delle popolazioni civili durante i conflitti. Nello stesso tempo argomentò in modo efficace la necessità di addivenire a delle regole condivise e cogenti tra le parti in lotta durante lo svolgimento dei conflitti, proponendo strumenti giuridici e procedure condivise in una visione di realismo e di pnagmatismo politico, eccezionali per quel tempo.
In questa dimensione il Belli dispiega ancora oggi tutta la sua attualità, quale progenitore del Diritto Internazionale e per certi versi del Diritto Internazionale, offrendo importanti spunti di analisi utili per la codificazione di nuove regole di condotta internazionale, per un mondo più giusto e pacifico.


FRANCO ALESSANDRO FAVA

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