Dinamiche aristocratiche e culto del principe
nella decorazione araldica dei soffitti casalesi
tra Quattro e Cinquecento

di Luisa Clotilde Gentile


Tra le molteplici espressioni del culto del principe – elemento costitutivo del processo di costruzione dello Stato regionale tardo medievale – è la rappresentazione visiva, tramite l’araldica e l’emblematica, di quell’ideale di fedeltà e coesione delle aristocrazie intorno al sovrano in cui F. Chabod individuò un tratto fondamentale dello Stato moderno. L’aristocrazia trovava il riconoscimento del proprio ruolo politico nel servizio a corte, così connesso a quel concetto di onore, anch’esso di lunga durata, che Norbert Elias analizzò magistralmente nei suoi studi sulla società di corte d’età moderna. L’araldica si prestava sin dalle origini alla visualizzazione di rapporti sociali e politici; in particolare i cicli di stemmi raffigurati in ambienti di rappresentanza erano un efficace mezzo di comunicazione dei rapporti interni ai vari gruppi aristocratici, parentelari o di solidarietà politica che fossero, e si prestavano efficacemente a dichiarare visivamente la fedeltà a uno o più poteri, rappresentati dal rispettivo emblema che emergeva gerarchicamente tra gli altri. Così è per i soffitti cassettonati decorati a stemmi, che cominciano ad apparire in Piemonte nel Trecento e conoscono il loro massimo sviluppo tra la seconda metà del Quattrocento e gli inizi del secolo successivo: in un periodo quindi di assestamento delle aristocrazie e di consolidamento del potere principesco. […]


 

Pittore casalese
Stemmi, 1480 ca.
Casale Monferrato, Palazzo di Anna d'Alençon, soffitto del salone al primo piano

 


Palazzo di Anna d’Alençon, forse in precedenza un palazzo dei Tibaldeschi, in via Alessandria.

Il soffitto risale al regno di Guglielmo VIII (1464-1483): alle estremità di ogni trave, entro un campo rettangolare a mo’ di bandiera, è dipinta la sua impresa (l’inquartato, al 1° di rosso, alla banda fiammeggiante d’argento, al 2° e al 3° di verde, al 4° come al 1° con gli smalti invertiti) che ritroviamo miniata sull’Antifonario XI dell’Archivio Capitolare. Lo stemma del marchese, d’argento al capo di rosso, raffigurato su di una targa completa di ornamenti esterni (elmo a gola di rospo con mantellina rossa foderata di bianco, sormontato dalla corona e dal cimiero del braccio nascente, impugnante la spada d’argento, tra due corna di cervo d’oro), si ripete nella tavoletta centrale di ogni trave, accostato dalle lettere G/V(illelmus); tale composizione araldica era prediletta da Guglielmo, tant’è che ricorre sia sulle sue monete, sia sui codici dell’Archivio Capitolare, e ne documenta la cultura cortese e cavalleresca (targa e cimiero erano impiegati prevalentemente nei tornei). […]


Palazzo forse di Costantino Arianiti Comneno in via Leardi 15.

Il vasto ambiente di rappresentanza originario, il cui soffitto contava ben dieci travi, venne in età moderna suddiviso in due stanze di dimensioni differenti; il soffitto della minore fu parzialmente alterato da restauri negli anni Settanta del Novecento, a opera della stessa mano che decorò – probabilmente ex novo – una terza stanza attigua alla maggiore, oggi adibita a cucina. Questa mostra stemmi tratti in parte dal soffitto della sala principale, in parte dal palazzo di Anna d’Alençon, quando non inventati e resi con poca verosimiglianza araldica.



 



Pittore casalese
Stemmi, 1485-1499
Casale Monferrato, Palazzoforse di Costantino Arianiti ora casa Beccaris, soffitto del salone al primo piano



Alla datazione del soffitto autentico concorrono la grand’arma dei Paleologi e i due scudi che l’affiancano, i soli che si ripetano con posizione regolare, rigorosamente centrale, su ogni trave. Sebbene non siano riportati dagli stemmari casalesi – che risalgono comunque all’età moderna – alcuni particolari araldici e documentari permettono di costruire delle valide ipotesi. Il primo reca un inquartato, al 1° e al 4° di rosso all’aquila bicipite d’oro, al 2° e al 3° troncato, d’azzurro alla croce patente d’oro, e d’oro a tre campane di nero. I quarti con l’aquila corrispondono alle insegne di Bisanzio, innalzate da numerosi principi o despoti orientali che volevano collegarsi all’Impero d’Oriente, e le tre campane nere in campo d’oro sono l’arma dei Comneno. Il titolare è evidentemente Costantino Arianiti Comneno (agli Arianiti, per esclusione, corrisponderà la croce patente d’oro in campo azzurro), personaggio per certi aspetti sfuggente, come buona parte degli esuli orientali che si aggiravano per le corti italiane dell’epoca. Gli Arianiti erano un lignaggio feudale dell’Albania centrale – il padre di Costantino, Giorgio, aveva guidato la resistenza albanese contro i turchi prima del celebre Giorgio Castriota Skanderbeg – e traevano il soprannome Comneno da una lontana ascendenza femminile nella casa imperiale di Bisanzio, abilmente adoperata da Costantino per consolidare la propria immagine di principe esule, insieme al titolo autoattribuito di principe di Macedonia e Tessaglia e duca di Acaia. Trasferitosi da Roma a Casale poco dopo il matrimonio tra il marchese Bonifacio III e la nipote Maria di Serbia (1485), l’Arianiti rinsaldò il legame con la dinastia sposando Francesca di Monferrato. Sotto la reggenza di Maria (1494-1495), rivestì importanti incarichi, e alla morte della marchesa, alla fine dell’agosto 1495, le succedette come tutore dei figli e governatore generale del Monfensiglio di reggenza. Tale stato di cose perdurò sino al novembre 1499, quando per ordine di Luigi XII il reggente venne destituito e imprigionato nei castelli di Vigevano e Novara, da cui fuggì per tornare alla corte papale. Dal 1512 ritroviamo delle investiture feudali a suo favore, ma non risulta che egli tornasse a Casale. […]