|
La Fondazione Ferrero rende omaggio a Roberto Longhi, storico e critico
d’arte nato ad Alba, dove il padre era stato chiamato a insegnare
presso la Regia Scuola Enologica. La mostra propone oltre settanta opere
provenienti dalla sua collezione d’arte, espressione del metodo
e delle molteplici ricerche dello studioso.
Il percorso, suddiviso per epoche e geografia dei centri artistici, prende
avvio dal Duecento. Grande rilievo occupano gli esempi della pittura bolognese
del Trecento, come le tavole di Vitale da Bologna, Simone dei Crocifissi
e Jacopo di Paolo, che furono interesse peculiare della critica longhiana.
Gli scambi culturali fra i maggiori centri artistici italiani tra Quattro
e Cinquecento sono testimoniati da un diversificato gruppo di tavole:
il napoletano Colantonio, pittore di Alfonso d’Aragona e maestro
di Antonello da Messina rappresenta un trait d’union tra la pittura
fiamminga e il mondo mediterraneo; Ambrogio Bergognone e Bernardino Butinone
illustrano la cultura lombarda dell’età sforzesca; Defendente
Ferrari apre uno spiraglio sulla situazione piemontese.
L’interesse di Longhi nei confronti degli «eccentrici padani»,
degli artisti, cioè, che interpretavano con spregiudicata libertà
mentale il portato della «maniera moderna» cinquecentesca,
è documentato in mostra dal Ragazzo con canestro di fiori di Dosso
Dossi e dai due Santi domenicani di Lorenzo Lotto.
Il nucleo centrale dell’esposizione è costituito dalla pittura
del Seicento. Qui spiccano il celebre Fanciullo morso da un ramarro di
Caravaggio e le opere di Giovanni Lanfranco e Guido Reni.
Numerosi sono i pittori caravaggeschi italiani e stranieri, tra i quali
Orazio Borgianni, Carlo Saraceni, Matthias Stomer e Mattia Preti, la cui
presenza attesta il precoce interesse di Longhi giovane per la pittura
di orientamento naturalistico, in quegli anni del tutto contro corrente
rispetto al collezionismo tradizionale.
Affine a tali interessi è il tema, cui viene dato grande rilievo,
della pittura della realtà, definizione coniata dallo stesso Longhi
nel 1953. Con l’acquisto della Pastorella addormentata di Monsù
Bernardo lo studioso si è dedicato all’approfondimento della
pittura popolare italiana, individuando esempi fondamentali di queste
tematiche in area lombarda con Carlo Ceresa, Fra’ Galgario e Giacomo
Ceruti; a Napoli con Gaspare Traversi.
Il percorso espositivo si conclude con Carlo Carrà, Filippo de
Pisis e con cinque dipinti di Giorgio Morandi, opere che attestano l’amicizia
tra il maestro bolognese e Longhi, nonché l’interesse del
grande critico per l’arte contemporanea.
La mostra permette dunque di accostarsi alla complessa genialità
dello studioso che, come ricorda la moglie e scrittrice Anna Banti, sua
allieva al Liceo Visconti di Roma: «Fin dalle prime lezioni con
parole spicce e limpide egli ci espose in una specie di decalogo un sistema
di lettura basato su una serie di Idee concrete e controllabili che avevano
guidato i più celebri pittori italiani posti davanti ai problemi
della visione del mondo. …Non sapevamo di ascoltare una specie di
rivoluzionario…».
|